In giro per Cellere con Piero e Michela
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Cellere: sulle tracce dei Briganti

 

 

Accompagnato stavolta da una guida d’eccezione, parto alla scoperta di un piccolo centro della Maremma che sorge su uno sperone di tufo. Celebre è la citta di Domenico Tiburzi, un celebre brigante, ma non mancano piccole sorprese

 Piero e Michela sono due amici che mi ospitarono a Parigi durante il loro soggiorno in Erasmus e ora tornano di nuovo a farmi da guida. Se nell’altra occasione si trattava di una delle metropoli più cosmopolite d’Europa, apprezzata e sognata in tutto il mondo, stavolta si fa tappa in questo piccolo centro, cittadina natìa di Piero, il cui contributo per la visione di alcune delle attrazioni di maggiore interesse sarà fondamentale. Cellere si presenta come un piccolo paese: per avere accesso al centro si deve attraversare un arco sormontato da un campanile con orologio, per poi trovare una piccola fontana a lato di una piazzetta.

Porta con campanile di Cellere

Poco più in là una rocca medievale, in parte ricostruita, domina la valle. Alla costruzione viene affiancata una torre di avvistamento nel IX secolo come avamposto per difendere il territorio e la popolazione dai saccheggi dei Saraceni. Successivamente crebbe con il sorgere accanto di piccoli locali adibiti a scopo militare, mentre col tempo assorbì elementi sia medievali che rinascimentali. Ma è nel sottosuolo che stanno ulteriori storie ancora da scoprire, con reticoli e spazi sotterranei di diverso tipo: cantine, vasche, granai, butti, colombari, cave e grotte.

Castello o Rocca di Cellere

Per proseguire la perlustrazione è fondamentale il ruolo di Luigi, padre del mio amico, che andiamo a trovare nel suo ufficio. Ci consegna le chiavi per visitare l’interno dell’interessante Chiesa di Sant’Egidio,  patrono di Cellere, che sta a valle e che possiamo osservare dall’alto della finestra della sua stanza. Per arrivarci bisogna scendere per una ripida discesa e lasciare la macchina a una certa distanza: non ci si aspetterebbe certo di trovare in una località così sperduta un tale gioiello dell’architettura rinascimentale. Il progetto venne commissionato dal Cardinale Alessandro Farnese, divenuto poi Papa Paolo III, all’architetto Antonio da Sangallo il Giovane. A riprova della sua importanza storica il disegno originale del Sangallo è custodito presso il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi a Firenze. Lo stesso schema a croce inscritta nel quadrato, con i due ambienti quadrati tangenti all’abside accomunano quest’opera alla Chiesa di San Biagio della Pagnotta in Via Giulia a Roma, lascito degli anni di formazione dell’autore presso la bottega del Bramante, progettista della chiesa capitolina e suo maestro.

Chiesa di Sant’Egidio

Dell’interno mi incuriosisce un quadro con una scena insolitamente splatter: San Giovanni decollato suo malgrado è protagonista di una decapitazione ritratta nel momento in cui è appena avvenuta, con tanto di testa gocciolante di sangue tenuta in mano dall’assassino.

Affresco con San Giovanni Decollato

Per il proseguo del giro è di nuovo essenziale l’intervento del padre di Piero, che ringrazio per la pazienza e la disponibilità, che ci accompagna al Museo del Brigantaggio, chiuso al pubblico se non su prenotazione. La ricchezza e il dettaglio con cui è allestito il museo è sorprendente: sebbene a volte sembri un parco a tema, ma sua esaustività è sorprendente. All’ingresso c’è la fedele ricostruzione di un carro dell’epoca che aiuta a entrare nel clima prettamente agricolo che caratterizzava quel periodo storico.

Carro dell’epoca

Possono essere inoltre ammirati fucili, pistole e munizioni come quelle che caratterizzarono gli scontri tra briganti e forze dell’ordine, oltre a oggetti di uso quotidiano come bottiglie, mestoli e vasi. Dominano immagini e riferimenti al celebre brigante Locale Domenico Tiburzi: oltre a una ricostruzione a grandezza naturale c’è addirittura il testo dell’analisi tassonomica di Cesare Lombroso, esponente della fisiognomica. La sua disciplina, oggi considerata una pseudoscienza, riteneva di poter evincere la propensione criminale di una persona dai suoi tratti somatici.

Domenico Tiburzi

Dei pali dalla forma di alberi da cui sono appesi dei cartoncini con delle testimonianze sui briganti al posto degli assassinati che venivano impiccati sono il primo tassello di decorazioni dal deciso sapore horror. Una grande mano le cui dita ricordano da vicino i tentacoli di un polpo strappano un inaspettato sorriso di ilarità: qui la licenza macabra sembra davvero eccessiva e fuori luogo.

Mano sinistra

Non fa meno impressione di ciò che è stato descritto in precedenza una piccola testa stilizzata ritraente il volto di Tiburzi.  Salendo le scale si giunge un pianerottolo dove si trovano delle sinistre figure spettrali dalle sembianze di mostri, di cui alcuni sono appesi alle travi del soffitto. Non mi è chiaro se siano gli zombie delle vittime dei briganti o semplicemente i loro cadaveri, comunque l’effetto disturbante è assicurato.

Appesi

Madama zombie

In fondo è possibile collegarsi alle postazioni di datati computer per usufruire di contenuti audiovisivi che includono interventi di esperti che spiegano il fenomeno del brigantaggio ma anche esecuzioni di canzoni popolari di danno l’idea di quanto questo fenomeno sia radicato nella Storia del territorio e il cui ricordo sia stato tramandato dalle generazioni fino a tempi insospettabilmente recenti. In fondo sulla destra un telone nasconde una sezione seminascosta dove in alcune stanze riproducenti un mattatoio compaiono frasi scritte in dialetto che potevano essere state pronunciate dalle persone dell’epoca, commentando le gesta dei briganti. Il museo, pur restando un ibrido tra parco dell’orrore e luogo di divulgazione, permette, nonostante qualche licenza fuori luogo che pare abbastanza incomprensibile, di entrare nell’epoca postunitaria dei fatti accaduti e di reperire effettivamente preziose informazioni sulle gesta dei Briganti e sullo spirito aggressivo e ribelle che guidava le loro imprese.

La tappa successiva è legata all’attività del luogo: una larga piazza alle cui estremità si trovano un mulino, tuttora utilizzato, e un granaio, dietro i quali c’è un parco naturalistico, Il Parco Timone. da qui si dipana un sentiero che porta a una grotta dove si rifugiava l’onnipresente Tiburzi.

Granaio e mulino

Anche Cellere ha il suo borgo perduto e facendo qualche minuto di macchina si giunge al borgo semiabbandonato di Pianiano: ci accoglie un’altalena dimenticata e una porta che conduce al quartiere. Viali stretti, facciate parzialmente ricoperte dalla vegetazione e scalinate a muro donano all’occhio deliziosi scorci. Non si direbbe che fu proprio qui, in questo borgo ora abitato da neanche 20 persone, che nacque il più celebre e leggendario cittadino di Cellere: ancora lui, Domenico Tiburzi.

Scorcio di Pianiano

La vita scorre calma e tranquilla, la frenetica civiltà consumista sembra solo aver lambito questa terra. Tutti si conoscono e non serve certo avere un appuntamento ufficiale per incontrare le autorità locali: prendendo un caffè troviamo subito il Sindaco di e il parroco di Cellere: tutto appare così tranquillo e alla portata di mano.

Gatto di Cellere

 

Nulla oggi lascerebbe presagire che i Briganti, leggendari criminali e oppositori dello Stato postunitario, ebbero questi pacioso luoghi come teatro delle loro energiche ed efferate vicende. A volte visitare un luogo può sorprendere per le storie che è questo in grado di raccontare.

 

In giro per Cellere con Piero e Michela

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