Tinia
Tinia

Il Pantheon etrusco – seconda e ultima parte

Seguito de Il Pantheon etrusco – prima parte

Dopo aver trovato alcuni motivi ricorrenti tipici della civiltà etrusca nella prima parte della trattazione, si prosegue il percorso di conoscenza delle divinità etrusche tra figure speculari a quelle classiche, altre che affiancano l’onnipresente funzione funerea, per approdare a figure che rispecchiano l’importante ruolo della donna in società. Si procede fino a raffrontarsi con divinità affascinanti e misteriose dallo spiccato carattere proprio, che proiettano direttamente nella mentalità e nell’universo mitico del popolo tirrenico attraverso un campo d’indagine, quello del mito e della religione di questo popolo, di cui non sempre si parla abbastanza

Menerva, quasi omonima dell’omologa romana Minerva, condivide probabilmente anche l’etimolgia “mens” che rimanda all’area sematica relativa alla ragione alla sapienza. Oltre a questo,  un verbo del gergo dei sacerdoti divinatori faceva riferimento a lei: “promenervare”, cioè prevedere, a riprova che le doti di chiaroveggenza della dea erano ben considerate. Menerva, assimilabile anche quindi anche alla greca Atena, riprende la nascita miracolosa che colpì molto l’immaginario collettivo etrusco. Per la tradizione, Metis, mentre era incinta di Atena, fu inghiottita dal padre di sua figlia Zeus, affinché non desse alla luce un figlio maschio che l’avrebbe spodestato. La dea, giunta nella sua testa, diede alla luce una bambina da lì dentro. Zeus, in preda a una forte emicrania, fu costretto a chiedere a Efesto di aprirgli il cranio per la uscire la neonata Atena. Nelle raffigurazioni etrusche vengono ritratte figure di levatrici in aiuto di Tinia, mentre a Sethans/Efesto viene messa in mano una scure bipenne come strumento per la delicata operazione. La neonata viene mostrata come un’adulta in miniatura già armata: l’iconografia etrusca riserva a Menerva un atteggiamento aggressivo e la ritrae con armi, pronta per la battaglia. Come la controparte greca la dea indossa ermo e armatura. Non manca nemmeno l’egida: la corazza di pelle di capra in cui fa sfoggio la testa di Medusa, sia come trofeo che come arma per pietrificare gli avversari. Nelle scene belliche la figura divina sembra ancor più aggressiva della sua controparte ellenica, mettendo in luce una natura selvaggia e sanguinaria che addirittura stride con la compostezza olimpica. Tuttavia scende direttamente sul campo di guerra per combattere solo nelle storie relative ai tempi arcaici del mito, mentre solitamente viene ritratta nel ruolo di accompagnatrice degli eroi suoi protetti. Uno di questi è Eracle che, assistette durante le sue fatiche come dimostra un’antefissa ceratana conservata al Louvre, per poi accompagnarlo fino al Monte Olimpo al momento dell’Apoteosi. L’altorilievo del Tempio A di Pyrgi racconta invece di un caso in cui la protezione della dea venne a mancare. È il caso di Tideo nella guerra per la conquista di Tebe: preso dalla foga, contro il nemico Melanippo ormai morente, lo prese alle spesse e affondò i denti nel cranio. La dea, vedendolo in difficoltà, riuscì a fargli ottenere l’immortalità ma, inorridita dall’atroce quanto evitabile gesto, ritirò il dono concesso in quando non ritenne più il suo protetto degno. Ancora una volta il mito insegna che gli dei sono capaci di rovesciare le sorti di chi oltrepassa i limiti di condotta che loro stessi impongono, non solo nei loro confronti, come nel caso della ubrys, ma anche per quanto riguarda le norme del buon senso. Emergono indizi di una Menerva non sempre copia esatta dell’omologa greca, ma esistono pochi spunti per farsi un’idea più dettagliata. Un elemento di diversità con l’immagina classica della dea è il rapporto con alcuni bambini divini, mostrati nelle incisioni di alcuni specchi. In determinate scene ritratte la dea sembra consegnare a Eracle un misterioso bambino di nome Epiur, che potrebbe essere un ipotetico figlio della coppia, ma in realtà mancano elementi sostanziali a suffragio di qualsiasi tesi atta a identificare il piccolo. In un altro ritratto su specchi la dea sembra estrarre due piccoli Maris da un vaso, divinità maschile che, come vedremo più avanti, del più celebre Marte ha solo la radice del nome. Nella scena la dea compare in mezzo a un complesso di divinità, in quello che sembra un mito specifico della tradizione etrusca, ma di cui non si sa nulla più di questo. Pare che Menerva abbia avuto un ruolo come levatrice di bambini e come guida di passaggio dei giovani verso l’età adulta, in modo ben più marcato rispetto ad Atena, la quale ebbe una funzione simile solo nella crescita di Erittonio, re mitico di Atene.

Menerva

Menerva

I santuari della dea hanno in sé un aspetto oracolare, che si ricollega all’etimologia del nome latino, riferendosi alla chiaroveggenza. La componente divinatoria è esplicitata da un santuario ritrovato a Santa Marinella, presso Civitavecchia, dove è stata rinvenuta, accanto alle consuete dediche alla dea, un’incisione su una lamina di piombo che sembra essere un vero e proprio responso oracolare.

Nel paragone tra le divinità greco-romane e quelle etrusche c’è un corto circuito quando ci si imbatte nell’identificazione nell’omologo di Marte. C’è infatti un dio di cui si sa pochissimo: fa  di nome Maris e verrebbe scontato collegare a Marte, ma il dio della guerra degli etruschi è Laran, come evidenzia chiaramente  l’iconografia degli specchi incisi. La società etrusca arcaica, come altre della stessa epoca, riconosceva al guerriero una fondamentale importanza: le armi tenute simboleggiavano il rango nobiliare e si ricollegavano agli eroi del mito, neanche il pantheon etrusco poteva fare a meno di una divinità votata alla guerra. Almeno dal VI secolo aC appare evidente l’identificazione di quello che può chiaramente dirsi un dio guerriero: scudo e lancia sono degli accessori archetipici del guerriero, ma spesso questi sono accompagnati da elmo, corazza e schinieri. Con gli specchi che cominciano a comparire dal V secolo questa figura viene associata al nome di Laran. Risulta quasi scontata l’identificazione con Ares: uno specchio inciso ritrovato a Populonia mostra il dio etrusco, al pari del suo corrispettivo greco, impegnato in guerra contro i Giganti: in altre scene sembra emergere il suo rapporto amoroso con la dea Turan, proprio come Marte e Afrodite. Tra il II e il III secolo risalgono due cippi confinari a Bettona (Perugia) su cui compare l’iscrizione “tular larns”, interpretata come “confine del (santuario) di Laran, che evidentemente sorgeva in quella zona.

Laran

Laran

Tutt’altro discorso per Maris: se il nome deriva dal Mars latino, questa identificazione per lui, a conti fatti, risulta del tutto errata. In un specchio volsiniese compaiono tre figure giovanili maschilli contrassegnate con il nome di Maris, distinti da uno specifico epiteto per ognuno. Pare che volessero riferirsi a tre età distinte del medesimo personaggio. Nell’immagine in cui il dio viene definito “Husrnana” (quello giovane) viene estratto da un grosso vaso dalla dea Minerva, la quale compare su una variante della medesima scena raffigurata su un medesimo specchio che ritrae due Maris bambini.  La stessa sena torna su una cista prenestina, cioè un contenitore bronzeo per cosmetici, dove il dio estratto da Minerva è proprio Marte, complicando il quadro circa la vera identità di Maris. In mancanza di fonti scritte del mito, si è ipotizzato che i piccoli Maris fossero figli di Maris e Turan, ma c’è dell’altro: l’ulteriore pista porterebbe a pensare che Maris sia una divinità ausiliare che di volta in volta assume le caratteristiche della divinità che affianca. In tal caso il nome non apparterebbe a un personaggio specifico, ma si tratterebbe di una personificazione della potenza generatrice di ogni divinità. Quindi il collegamento con Mars non passerebbe per un comune ruolo di dio della guerra, ma scaverebbe più nel profondo, al concetto di dio della vegetazione e della rinascita. Questo spiegherebbe il nome del mese di marzo, in cui inizia la primavera e la natura torna a risvegliarsi.

Secondo Varrone, scrittore romano d’epoca augustea, esisteva un santuario che era sedi di riunioni periodiche della dodecapoli etrusca, la lega delle 12 città maggiori della nazione etrusca, per prendere decisioni politiche comuni e rafforzare lo spirito di appartenenza attraverso celebrazioni religiose. La sua sede è dibattuta anche se molti propendono per Orvieto. L’edificio sacro era chiamato “Fanum Voltumnae”, cioè santuario di Voltumna, che molti studiosi sono concordi nell’identificare con un sito archeologico presso Orvieto. “Voltumna era un epiteto di Tinia, equivalente di Zeus o Giove. Il padre etrusco degli dei portava nome che significava giorno: Tinia quindi è identificabile come la divinità del giorno. L’associazione con le sue controparti greca e latina è palesata da una dedica del IV secolo aC in cui i suoi due figli per antonomasia, I Dioscuri, letteralmente i “ragazzi di Zeus”, vengono indicati come “Tinas cliniar”, i “figli di Tinia”. Il dio del giorno prese dal più illustre inquilino del Monte Olimpo il suo celebre attributo: il fulmine. Proprio tra le arti divinatorie per cui gli Etruschi nell’antichità erano rinomati, gli addetti all’interpretazione dei fulmini, i fulgatores, avevano un ruolo preminente. Per gli Etruschi il fegato era il simbolo vitale per eccellenza, ritenuto sede degli affetti, del coraggio e dell’intelligenza e per gli aruspici era un altro elemento che rivestiva particolare importanza. Proprio nel già citato Fegato di Piacenza Tinia occupa ben tre caselle, a dimostrazione dell’importanza e della libertà d’azione di cui godeva. La “profezia di Vegoia”, testo etrusco conservato nella sua traduzione latina nella raccolta degli agromensori (cioè gli addetti alla misurazioni delle superfici coltivate)  romani chiamata Gromatici veteres, assegnava a Giove la consacrazione delle pietre di confine, caratteristica tipica della cultura etrusca.

Tinia

Tinia

Particolare tutto etrusco di questa versione del padre degli dei è l’aspetto infero, meno noto ma quindi caratterizzante, di cui disponeva. Non mancano infatti attestazioni di culto che ne fanno un dio ctonio, cioè del sottosuolo, in alcuni casi direttamente connesso con gli Inferi. In una coppa di vernice nera risalente al III secolo e rinvenuta nel santuario del Belvedere di Orvieto, si può trovare un’scrizione dedicata a Tinia Calusna, posizionando in questo caso il dio nella cerchia di Calus, il più importante dio dell’Oltretomba. Nello stesso santuario si è rinvenuto anche un cippo di pietra nera con un fulmine in rilievo e degli altari forati, secondo un modello definito “a bothros”, costruito per ricevere offerte libere alla divinità. Consacrazioni a Tina compaiono a in una coppia di altari rinvenuti nel santuario del Poggetto a Bolsena, mentre altri due son o stati ritrovati a Orvieto. Nell’epoca in cui erano utilizzati questi altari venivano fissati in senso verticale al suolo e un condotto che li attraversava faceva giungere al terreno le libagioni versate all’interno. Questo tipo di realizzazione compare a Pyrgi nell’area C del santuario monumentale e la preghiera incisa su una lamina di bronzo dimostra che l’opera monumentale in questione era dedicata al dio del fulmine, il cui nome viene ripetuto con gli epiteti Thvariena e Atalena, insieme a quello della moglie Uni, corrispettivo di Era e Giunone. Proprio la madre degli dei è riconoscibile nel pantheon tirrenico per le sue prerogative alla fertilità e al matrimonio, ma per aspetti sorprendenti, che la distaccano dalla controparte greco-latina, come l’aspetto eroico e regale dei condottieri, che la facevano invocare come protettrice e garante dell’unità di alcune città d’Etruria. Le fonti relative alla dea compaiono soltanto a partire dall’epoca arcaica avanzata, con le iscrizioni sacre e l’icononografia ispirata alla greca Era.

Uni

Uni

Il più antico luogo di culto dedicato alla divinità è  il santuario monumentale di Pyrgi: l’edificio meno recente, il cosiddetto tempio B, venne offerto a Uni dal Thefarie Velianas, tiranno di Caere (oggi Cerveteri) verso la fine del VI secolo aC. Il tiranno aveva voluto onorare la dea per ringraziarla per l’aiuto fornito che gli avrebbe garantito l’ascesa al potere. In questo ex voto la presenza di una traduzione fenicia in cui la madre degli dei viene assimilata ad Astarte, è da leggersi come un segno della sua politica estera in cui giocava un ruolo fondamentale il rapporto con la potente Cartagine.

Secondo un’ipotesi il culto della dea fenicia sarebbe associabile alla prostituzione sacra e è possibile che per la stessa finalità fosse riservato l’edificio delle Venti Celle, che chiudeva il santuario nel lato meridionale. L’Area C, a fianco del tempio B, sembra invece destinata a raccoglie offerte sotterranee a Tinia e a Uni, la quale qui viene chiamata Chia, epiteto dal significato misterioso, omonimo di una località della provincia di Viterbo: frazione di Soriano nel Cimino.

La sua qualifica di dea delle partorienti è dimostrata dal suo intervento per far nascere Menerva dalla testa del padre Tinia, scena anche stavolta illustrata in uno specchio inciso di cui però si ignora la provenienza. Alla medesima area si inserisce un’immagine di nutrice divina, presente in un altro specchio in cui allatta un Eracle ormai adulto, includendolo così nel pantheon olimpico. Questa funzione della dea è esplicitata dalla presenza di ex voto (doni alle divinità) a forma di utero o mammella, oltre a statue di bambini in fasce rinvenute nei santuari di Vulci e Cerveteri, contesti in cui comunque compare accanto ad altre divinità femminili. Un altro settore di sua competenza potrebbe essere la tutela del matrimonio, come viene testimoniato da uno specchio inciso presente ai Musei Vaticani. Nell’incisione viene menzionata una coppia, Anaia e Tite Turnas, all’interno del rituale compiuto nel “Giiorno Uniapelis”, che si potrebbe interpretare come una festa dedicata alla divinità femminile. Quel che esce da quanto l’archeologia può dirci è il quadro di una dea sublimazione del ruolo della donna come cardine della famiglia etrusca in quanto madre e moglie.

Gli specchi etruschi hanno come temi portanti nella maggior parte dei casi matrimonio, amore e bellezza, ritraendo così perlopiù divinità femminili. Ciò significa che la divinità più rappresentata nell’arte etrusca è Turan, colei che incarna più di tutti questi aspetti. Le situazioni in cui è ritratta so tutte prese dal mito greco, a dimostrazione della sua forte assimilazione con Afrodite, tuttavia il culto originario avrebbe caratteristiche proprie di cui non si sa molto e di cui il nome, fatto risalite a una radice comune al termine greco “tyrannos” (tiranno), sarebbe una spia. A Gravisca, porto dell’Antica Tarkna, oggi Tarquinia,  si trova un luogo di culto all’interno di un emporio di mercanti greci nel territorio di Tarquinia, dove gli stranieri potevano avere spazi per celebrare le proprie divinità. Sono molte le dediche in lingua greca, ma dalla metà del VI secolo abbondano iscrizioni in Etrusco che testimoniano la piena identificazione con la Afrodite greca e la Venere romana. Scavi nella già citata Gravisca hanno permesso a Mario Torelli di riconoscere un vero e proprio santuario di Adone, un “adonion”, l’unico rinvenuto in Etruria.  Si tratta di una divinità orientale associata al culto di Thuran. Secondo il mito il dio, il cui nome significa semplicemente “signore”, fu amato dalla dea dell’amore finché in una battuta di caccia un cinghiale lo uccise, inviato per gelosia da Ares oppure, in altre versioni da Apollo. La dea ottenne di riportarlo in vita ma la regina dell’Oltretomba Persefone non acconsentì di farlo tornare fra i vivi perché anche lei se ne era invaghita. Zeus per trovare una soluzione alla contesa impose che il giovane avrebbe dovuto trascorrere quattro mesi con Afrodite e quattro con Persefone, mentre nei restanti quattro avrebbe potuto scegliere. Lui decise di trascorrerli con la dea dell’amore: il mito, illustrato in numerosi specchi etruschi, dà una fantasiosa spiegazione al motivo per cui durante l’inverno la natura sembra andare in letargo, per poi risvegliarsi con l’arrivo della primavera. Alcune caratteristiche di Thuran sembrano accostarla di più alla versione latina della divinità femminile che alla versione greca: un’iscrizione funeraria di epoca tardo-antica, ritrovata a Pontecagnano nella Campania etrusca, testimonia che la dea poteva essere invocata per la protezione dei defunti, così come altre divinità non prettamente associate all’Oltretomba.

Turan

Turan

In una dedica rinvenuta a Chiusi e conservata al British Museum di Londra raffigurante un giovane nudo identificabile con Selvans, Thuran, riceve l’appellativo di “thanra”, cioè appartenente alla cerchia di Thanr, dea protettrice dell’infanzia. La dedica potrebbe interpretarsi come rivolta agli dei che sovrintendono i limiti dell’esistenza umana: quelli fisici con Selvans e quelli temporali, con Turan e Thanr, relativi alla nascita e alla morte.

La tendenza di creare gruppi di dei sulla base di una medesima sfera d’intervento poste sotto l’egida di una di esse è usanza ricorrente e riguarda anche Turan: la dea più ritratta dagli Etruschi ha uno stuolo di divinità minori attorno a sé. Un’iscrizione sul piede di un calice in buttero rincenuto a cavallo tra Mazzano Romano e Calcata, nel Sud della provincia di Viterbo, si riferisce a quello che a tutti gli effetti un rituale di carattere amoroso. Qui il termine “turaniria” pare indicare tutto ciò che concerne la dea e la sua cerchia. A corroborare questa tesi si ritrovano nel medesimo testo i nomi di due figure divine minori, aiutanti di Turan, ai quali si aggiungono altri contenuti nelle didascalie degli specchi. Si tratta di ancelle della dea, che la accompagnano e coadiuvano nella toeletta e nelle cure di bellezza, trascorrendo il tempo in sua compagnia. Il quadretto lascia immaginare l’aspetto di un gineceo tipico di una donna etrusca d’alto rango. La dea tra l’altro dà il nome a un’apprezzata birra artigianale prodotta a Viterbo e a un caratteristico bar a Arlena di Castro.

Ricostruire la figura di Suri, frettolosamente collegato all’Apollo greco, è una questione di complessa risoluzione: l’associazione è solo parziale e se il dio greco è legato al sole il suo incompleto corrispettivo tirrenico è legato all’oscurità e all’Oltretomba. Il poeta latino Ovidio, che riprende una notizia riportata dal poeta greco Callimaco, affermava che durante l’assedio navale alle isole Eolie, gli Etruschi avevano fatto promessa di sacrificare ad Apollo il più valoroso dei coloni greci delle isole assediate, cosa che avvenne a danno di un non meglio noto Teodoto, anche se “le vittime umane non sono mai ben accette agli dei”. Questa usanza etrusca trova ampio risalto nella storiografia latina, in modo particolare si parla del sacrificio di nemici catturati nelle testimonianze della guerra tra Roma e Tarquinia, usanza che invece sgomentava Greci e Romani.

Il lato infero di Suoi è particolarmente marcato, era tipico per Gli Etruschi “prestare” le divinità a funzioni basilari per il loro sistema di valori. Il mistero del viaggio nell’Oltretomba, il salto estremo verso l’Aldilà era una costante del loro modo di rapportarsi all’esistenza. La morte è sì un evento doloroso ma allo stesso tempo domina lo stupore verso un qualcosa di ignoto per certi versi da da scoprire, non a caso l’estremo passo viene raffigurato più volte nelle tombe come un tuffo in mare.

Suri

Suri

Il dio, a cui spesso venivano rivolte offerte votive, era noto con più nomi: Manth, come dimostrano le dediche in greco a Pontecagnano, nella Campania etrusca. Un’immagine di uno specchio ritrovato a Tuscania mostra il dio con in mano un ramoscello della pianta a lui dedicata, l’alloro: qui viene identificato come Rath. Alcune dediche etrusche a partire dal IV secolo mostrano che fu introdotto anche il nome greco della divinità, seppur traslitterato in Aplu. Direttamente dal culto romano invece arrivò Veiove, anche nelle alternative Vetise Veidis, raffigurato come un Giove Bambino o un Apollo armato di arco e frecce. Questa grande varietà di nomenclatura può trovare spiegazione nel fatto che gli antichi Etruschi a volte preferivano utiulizzare degli epiteti per non nominare direttamente la divinità a cui si rivolgevano per non rischiare di urtare la sua suscettibilità, e questo “Apollo etrusco” poteva destare particolare soggezione per il suo carattere vendicatore. Nel commento all’Eneide di Virgilio ad opera dello scrittore latino Servio, si menziona che le città etrusche della Pianura Padana furono consacrate a Dis Pater, chiamato Mantus. Da qui derivava il nome di Mantua (Mantova) e città etrusche di minori dimensioni come Manziana e Monterano. Della stessa derivazione è Mantrs, a cui è stata dedicata a Cortona in Toscana una statua di un bambino ritratto nell’azione di fare dono di frutti.

Suri era il nome con cui il dio era venerato nel Santuario di Pyrgi accanto a Cavtha, con cui formava una coppia corrispondente a quelle classiche degli inferi: Ade e Persefone in Grecia e Dis Patere Proserpina a Roma. Ad Arezzo Suri contrassegnava un gettone oracolare in alternativa ad Aplu, mentre a Tarquinia era venerato in coppia con Selvans, a Orvieto, nel santuario del Belvedere, è affiancato da Tinia e forse da Cavthna e infine a Viterbo, che secondo alcune fonti era anticamente denominata Surrina, dal nome del dio, compariva su una sors oracolare. I Falisci lo chiamavano Pater Soranus, a cui era consacrato il Monte Soratte e che era venerato da dei sacerdoti a lui dedicati vestiti da lupo, gli Hirpi Sorani. Suri quindi era il nome più spesso utilizzato per indicare la divinità e Giovanni Colonna ha fatto notare che deriva dal termine etrusco che indica il colore nero. Suri sarebbe quindi il “dio nero”, perché vive nell’oscurità dell’Oltretomba e non a caso nelle tombe etrusche le raffigurazioni dell’Aldilà sono eseguite ricorrendo a tinte cupe. Stride l’assimilazione di un dio infero come Suri al luminoso Apollo greco. Tratti in comune come la tutela della divinazione, l’utilizzo di arco e frecce devono aver spinto ad accostare due figure altrimenti così diverse.

Se l’Apollo etrusco ha trovato grande popolarità in Etruria, lo stesso non si può dire della controparte di sua sorella Artemide, adattata in Artumes. Pur presente in molti specchi incisi, sono poche le iscrizioni che ne testimoniano il culto.

Il nome “Artumes” è attestato dalla fine del VI secolo, come dimostrerebbe un graffito di Gravisca,  successivamente attestato a Roselle e a Tarquinia, nella consacrazione di una barretta oracolate (sors) al Santuario dell’Ara della Regina. Le informazioni principali sulla dea vengono ancora una volta dalle attestazioni sugli specchi. In particolare uno specchio di epoca tardo-arcaica raffigura la dea nell’atto di cavalcare una cerva, intenta a percorrere la natura incontaminata: viene così ritratta per la sua peculiarità di dea delle foreste e degli animali selvatici. Il motivo più frequente riguarda la sua associazione con il fratello Apollo, in scene in cui la dea spesso appare come comparsa in scene ispirate al mito.

Il ruolo recitato è da protagonista invece recitato in una scena raffigurata da uno specchio prenestino dove veste i panni di un temibile angelo della morte, incaricato di ristabilire l’ordine in seguito al rapimento di Arianna da parte di Dioniso, conducendo Arianna negli Inferi, in quanto contaminata dal contatto con il dio dell’ebrezza. In questo contesto la dea si distacca dalla sua controparte greca assumendo un carattere proprio: i suoi connotati di dea infera e vendicatrice a ben vedere si allineano a quelli del fratello Suri, l’Apollo etrusco. Non ha nulla a che vedere con l’aspetto lunare dell’Artemide greca, la quale invece si contrappone all’altra dea Selene, più specificatamente identificata con la Luna.

Questo aspetto lunare è assegnato a Tiur o Tiu, che nel nome porta la natura triplice della Luna: calante piena e crescente. Un oggetto interessante nel ricostruire la sua figura venne scoperto nell’VIII secolo e donato dal cardinale Borgia a un Vescovo di Città della Pieve e oggi di conseguenza conservato al Vaticano, al Museo Gregoriano Etrusco. Il reperto in questione è una piccola lastra in bronzo a forma di mezzaluna, in possesso di un perno che la può unire a un oggetto di dimensioni superiori e pare probabile che il luogo originale del ritrovamento fosse un santuario presso Acquasanta di Chianciano nella provincia di Sien. Su una delle facce della mezzaluna si trova un’iscrizione a Tiur, a cui viene assegnato l’epiteto di Kathunias. L’altra sicura attestazione della dea fa arrivare al III secolo, con un breve testo rivolto a lei, mentre appare il solo nome su un blocco di un edificio a Feltre del I secolo, nei pressi di Belluno, in veneto e quindi fuori l’Etruria, dove si può leggere il suo nome tra altri dei etruschi. Si tratta di una dimostrazione della dimostrazione del culto etrusco anche molto dopo l’inclusione nel dominio di Roma.

L’idea della connotazione opposta rispetto agli dei greci riguardo le divinità connesse con Sole e Luna con Tiur troverebbe un argomento a suo favore: se Cavtha è la dea del Sole, la dea della Luna potrebbe essere in realtà un dio: gli epiteti Kathunia(s) a Città della Pieve in Umbria  e (U)silnanza Feltre, hanno una desinenza in –ns , tipica dei nomi maschili.

L’indizio più chiaro in questo senso può essere rintracciato dal culto riservato alla divinità dalla famiglia di Chiusi sepolta nella tomba delle Tassinaie, dove compare un simbolo relativo alla famiglia dalla forma di falce lunare su uno scudo dipinto che documenta l’utilizzo del nome Tiu per il figlio maschio capostipite.

Nella fase arcaica di molte civiltà antiche il culto di una Dea Madre ha avuto un ruolo importante che in alcuni casi viene ereditato da alcune figure che si mantengono del tempo. Nel mondo classico sono da esempio le figure di Demetra e Gea, mentre nella cultura etrusca si hanno Cel,dea connessa alla Terra, e Vei, equivalente della greca Demetra, dea fecondatrice e della maternità.

Nel Fegato di Piacenza Cel occupa la prima casella dell’ultimo quarto, dove pare venivano incasellate le divinità più misteriose infere: era la signora degli Inferi.

A Castiglione del Lago è stato rinvenuto l’unico santuario dedicato alla dea giunto riportato alla luce, accanto a cinque bronzetti di cinque devoti che offrono come libagioni oggettivo votivi alla dea. In un’iscrizione invece trovata aa Casabianca presso Volterra alla dea viene dato l’epiteto di tatanu, da tradurre come tata o nonna, che andrebbe inteso come “antenata o progenitrice”. La dea pare rivestiva un ruolo di madre natura, protettrice di esseri umani e animali. In uno specchio inciso trovato a Populonia ma probabilmente prodotto nel Sud dell’Etruria, viene rappresentata la battaglia tra gli dei Olimpici e i Giganti: Questi ultimi erano figli di Gea, dea greca della Terra. Nel dettaglio, nello specchio appare lo scontro tra Laran, corrispondente ad Ares, e un gigante che fugge al cospetto del suo nemico, mentre la divinità guerriera cerca di schiacciarlo con un macigno. L’uccisore chiama la sua vittima “Cels clan”, cioè figlio di Cel.

Vei, che diede il nome alla città di Veio, vicinissima a Roma e tra le più importanti dell’Etruria,  era dotata di un carattere materno meno inclusivo di Cel ma era più legata alla fertilità e alla riproduzione. Nella necropoli della Cannicella a Orvieto si trova una statua di culto dedicata alla dea, come testimonia un’iscrizione di epoca recente. La statua, scolpita in Grecia con marmo pario, ritrae una dea completamente nuda recante una folta capigliatura. Si nota un restauro operato con un marmo differente dall’originale per reintegrare in seno destro: pare evidente che la statua fosse accessibile al pubblico e che fosse costantemente palpata dagli avventori come segno di fortuna e fertilità. A Vulci l’area sacra del fontanile di Legnisina conserva l’offerta votiva di due placche di terracotta raffiguranti due uteri riservavate a Uni e Vel per propiziare fertilità e una gravidanza serena. L’offerta a Roselle di un peso da telaio rimanda alla tessitura, attività anticamente considerata prettamente femminile. In una tomba della  necropoli di Norchia (valorizzata con il progetto Lovely Norchia) è stata rinvenuta una coppetta dedicata a Vei in un con testo funerario. Si potrebbe dedurre che la dea etrusca abbia fatto suoi alcuni membri del culto misterico eleusino, dal nome di Eleusi, città greca dell’Attica dove si celebravano anticamente i relativi riti. Secondo questa tradizione Demetra e Persefone giocavano un ruolo determinante nella salvezza delle anime dopo ma morte.

Ermes, il messaggero degli dei, e Poseidone, il dio dei mari, erano tra le divinità più popolari in Grecia, mentre Thurms e Nethunus, i loro omologhi etruschi, non ebbero la stessa fortuna.

Thurms compare in scene incise negli specchi nel doppio ruolo di messaggero e accompagnatore degli eroi. Il dio viene ritratto in particolare tra le statue in terracotta che decoravano il Tempio di Portonaccio a Veio: pare che il messaggero divino stesse tra Apollo ed Ercole, che si contendevano la cerva di Cerinea, dalla cui cattura dipendeva l’esito di una delle sette fatiche erculee. Thurms si faceva portavoce della volontà del padre Zeus di invitare Apollo a non intralciare Eracle, a patto che poi lasciasse l’animale libero e salvo. La valenza di Ermes come messaggero funereo trova riscontro anche in Etruria: Turms era considerato una guida sicura per le anime che dovevano compiere il “grande passo”. Su uno specchio vulcente è stata ritratta la scena in cui Ulisse scende negli inferi per incontrare l’indovino Tiresia, il quale è accompagnato proprio dal dio etrusco che per l’occasione viene indicato come “Aitas”, cioè di Ade, in quanto fa le veci del Signore degli Inferi.

Thurms

Thurms

Incuriosisce che neanche Nethunus, dio dei mari, abbia fatto breccia tra gli Etruschi, popoli di grandi navigatori che con le loro rotte commerciali arrivarono  fino al Mare del Nord. Il dio acquatico compare soltanto in un’iscrizione: una dedica in colore chiaro su una brocca in vernice nera. Si tratta di uno dei pocola deorum,vasi per bevande degli dei, che venivano considerati dei veri e propri talismani. Eppure Nethunus fa la sua presenza nel calendario rituale trascritto sulle bende della Mummia di Zagabria e in ben quattro caselle del fegato di Piacenza: tutto ciò denota la sua importanza e questo stride non poco con la sua scarsa attestazione. Si tratta di una divinità legata alle acque interne, come fiumi e laghi, luoghi di culti per gli antichi. Probabilmente è diventato il dio dei mari solo successivamente, quando è stato accostato all’affine figura ellenica di Poseidone. Secondo più testimonianze, tra cui quella di Plinio il Vecchio, gli veniva originariamente riconosciuto il potere dell’umidità atmosferica, attributo che stride con la caratterizzazione di un dio marino. I vari fiumi e corsi d’acqua presenti sul territorio poi erano poi dedicati a una serie di divinità locali minori non sempre affiancabili a quelle classiche.

In conclusione, Thufltha, il cui nome sembra quasi uno scioglilingua, era una delle divinità del pantheon etrusco e con la sua figura si staglia vigorosamente l’originalità della religione etrusca nei confronti di quella greca e romana, dato che non è pienamente paragonabile a nessuna delle figure classiche del mito. Nonostante sia tra le divinità più attestate e celebrate, la sua figura è ancora avvolta nel mistero. La desinenza –tha mostra il genere femminile di appartenenza e almeno su questo non pare aleggi l’ombra del dubbio. Le vennero dedicate statuette di bronzo da persone appartenenti alle più disparate classi sociali: da un nobile sepolto nella Tomba François di Vulci, ma anche liberti a Tarquinia e anonimi a Chiusi, anche donne come nei casi di ritrovamenti di Montalcino e Cortona. Quindi Thuftltha è da ritenersi una divinità universale alla quale tutti potevano rivolgersi. In alcuni casi, come in un santuario tra Orvieto me Chiusi, i destinatari delle offerte alla dea sono identificati come Aiser Thuflthas “gli dei di Thuflthas”: anche in questo caso si ritrova una cerchia che fa capo a una divinità di riferimento. Ma c’è di più: la dedica di un bronzetto a Vulci è intestata Thufl(tha)e Suri, cioè al Suri di Thufltha: l’Apollo infero poteva quindi essere incluso in una cerchia della dea. Thufltha fa ben tre volte la sua comparsa nell’onnipresente fegato di Piacenza in associazione con Thina, il padre etrusco degli dei. Ciò lascerebbe presagire che la dea presiedesse una sorta con consiglio divino dove si decidevano le più importanti questioni cosmiche e terrene, alla maniera dei Di Consentes dei Latini.

Thufltha

Thufltha

La dea potrebbe anche avuto un ruolo nei riti di previsione del futuro: Una statuetta di bronzo dedicata a una cerchia divina di Thufltha, raffigurante una donna, è stata donata da un uomo in occasione di un rituale di divinazione. Ma c’è dell’altro: alcune delle statuette offerte alla dea tengono in mano degli uccelli, animali il cui volo era oggetto di studio da parte degli indovini. La studiosa americana Nancy Thomson De Grummond ha evidenziato in questo una possibile prova di un suo ruolo connesso alla divinazione. L’unica divinità classica con cui regge un qualche confronto è Fortuna, dea del destino particolarmente cara alla civiltà romana. Alcune fonti romane parlano di luoghi di culto della dea proprio in Etruria ed entrambe  figure sono accomunate da una venerazione trasversale e una funzione oracolare e guaritrice. Tuttavia è anche possibile asserire il contrario, cioè che i Romani abbiano fatto propria una figura legata al mondo etrusco, la quale, ben più di Uni, esprimeva l’importanza di cui godeva la donna nella sua società. Thufltha sarebbe così stata identificata successivamente Thufltha con Fortuna, mettendo quindi “il carro davanti ai buoi”.

Questo lungo viaggio alla scoperta della divinità degli Etruschi da un lato ha messo in evidenza gli inevitabili punti di contatto con le civiltà di Greci e Romani, ma dall’altro, attraverso un’impervia quanto affascinante ricostruzione di questi identikit mitologici, ha fatto emergere  l’originalità della cultura e dell’identità di un popolo che non smette di affascinare.

Tinia

Il volto di Tinia emerge dal sito presso Orvieto che alcuni studiosi identificano con il Fanum Voltumnae

Bibliografia di riferimento 

D. H. Lawrence, “Paesaggi Etruschi”, Siena, Nuova Immagine Editrice, 1985

Elena Percivaldi, Mario Galloni e Cristiana Barandoni, “Vivere al tempo degli Etruschi” in “Conoscere la Storia”, Cernusco sul Naviglio (MI), Sprea Editore, 2018

Daniele F. Maras, “La religione etrusca luoghi dei misteri” in “Archeo  monografie” n. 27 ottobre/ novembre 2018, Roma, Timeline Publishing S.r.l., 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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