Simona Weller racconta – Chi ha paura del Femminismo?

Il titolo di questo minisaggio vuole parafrasare il ben più celebre “CHI HA PAURA DI VIRGINIA WOOLF?” un dramma di Edward Albee che fece epoca nei primi anni ’60 negli Stati Uniti e in Europa.

Virginia Woolf è sempre stata una sorta di icona del femminismo storico perché riusciva con poche e splendide riflessioni a mettere a fuoco il pensiero più profondo del femminismo.Come il dramma di Albee è del 1962 altrettanto importante è un piccolo libro di Kate Millett dello stesso anno intitolato “Prostituzione”, nato alla Columbia University.

Ma Kate Millett aveva già avuto un successo internazionale con un saggio intitolato “La politica del sesso”, che sdoganava tutta una serie di pregiudizi sulla donna e della donna su se stessa. Il best seller comunque non fu sufficiente per l’attività del movimento femminista americano. Invece il tema della prostituzione, all’epoca ancora tabù (in Italia, nello stesso periodo, la Merlin fece chiudere le case di tolleranza), perfezionò e arricchì una coscienza collettiva europea.

Mentre scrivevo di arte su “Noi Donne”, in redazione con me c’era Roberta Tatafiore che si specializzò proprio sui problemi della prostituzione.

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Quando circa dieci anni dopo in Italia, nacque il primo movimento chiamato “Rivolta femminile”, che produsse manifesti e i celebri libretti verdi, il “movimento di liberazione della donna” più comunemente chiamato MLD, assunse una connotazione politica. Infatti si appoggiò al

Partito Radicale e a quello Socialista. Molte femministe dicevano ironicamente di essere costrette alla “doppia militanza” perché il sogno segreto di ognuna sarebbe stato quello di essere autonoma e indipendente dai ricatti della politica.

 

Per queste ragioni il movimento si scisse in molte ramificazioni in cui alcune sostenevano di voler difendere e promuovere il pensiero e la creatività delle donne, mentre altre combattevano con una sorta di ottusità tutto ciò che secondo loro poteva riferirsi a un modus operandi definito “maschile”, quindi deprecabile.

 

Ho deciso di scrivere questo memorandum a puntate anche perché mi aspetto interventi e provocazioni di chi, come me, è stata una testimone di un periodo pieno di contraddizioni, ma vitalissimo, ma anche di chi il femminismo lo ha studiato solo sui libri.

 

Per capire il clima dell’epoca citerò un episodio. In una mia mostra del 1975 a Milano, annotavo nella mia biografia di far parte di un collettivo di scrittrici, giornaliste e artiste, noto come Controstampa. Le componenti del gruppo leggevano a turno tutti i quotidiani evidenziando i titoli e gli atteggiamenti misogini che poi si commentavano nelle riunioni. Sapevo per istinto che si doveva storicizzare quello che si stava facendo. Questa mia modesta convinzione suscitò incredibili polemiche: dalle compagne che la consideravano una sorta di esibizionismo e dai critici di cui ricordo alcune frasi:

“Tu che sei così brava, così stimata, così riconoscibile, che bisogno hai del femminismo?” Questa domanda meschina la diceva lunga sull’opinione comune che considerava il femminismo una sorta di pass-partout destinato a persone senza talento e immaginazione. Ricordiamo che uno slongan dell’epoca (Movimento Studentesco) gridava “L’IMMAGINAZIONE AL POTERE”.

 

Le femministe che ho frequentato io erano tutte molto attive e decise a fare cose importanti come le lotte per il cambiamento della società e il raggiungimento di una parità dei diritti compresa l’entrata delle donne in tutte le professioni.

Mi basta ricordare che l’avvocato Laura Remiddi pubblicò “I nostri diritti”; che la scrittrice Elena Ganini Belotti pubblicò “Dalla parte delle bambine”, io stessa con “Il complesso di Michelangelo” testimoniai sulla presenza delle donne artiste nel XX secolo, e tutte queste persone e molte altre erano nel collettivo che ho citato.

Un ultimo aneddoto: una mia compagna di liceo, Gabriella Luccioli, è stata la prima donna magistrato in Italia; tra le polemiche e le copertine di giornale che all’epoca si destinavano solo alle attrici, qualche reporter la definì “Il giudice col rossetto”. Gabriella era bellissima e ha fatto una carriera sfolgorante tanto che oggi ha raggiunto una delle massime cariche della magistratura. Sono felice e orgogliosa per lei e per noi tutte, anche se una parte del movimento considerava questo tipo di carriere “riprovevole” perché legata ai canoni maschili.

Questo atteggiamento, fondamentalista, ha però molto nuociuto al movimento creando una sorta di diffidenza molto simile al rifiuto che si potrebbe condensare nella frase: “Ma lo sai che non sembri femminista?”. Questa considerazione è sempre stata abbinata ad un’altra che mi riguarda: “Complimenti, dipingi e scrivi come un uomo”, come se la creatività, il talento e il genio fossero concentrati sui genitali… Quante volte abbiamo sentito dire che “quella aveva gli attributi?”.

 

 

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