Picinic o il buon Soldato, 1998
Picinic o il buon Soldato, 1998

Il ritorno di Fabio Mauri, maestro dell’Avanguardia e intellettuale italiano del XX secolo

Nel primo appuntamento della sua rubrica sui più interessanti artisti italiani contemporanei, Simona Weller   parla di Fabio Mauri, uno dei più grandi maestri dell’Avanguardia italiana, intellettuale solitario attivo anche come scrittore e drammaturgo. La finzione nelle sue installazioni è un mezzo di complicità con gli spettatori nell’intento di ricreare una rete di sensazioni tra azione e pubblico. Nell’intenzione  dell’autore il passo dalla rappresentazione all’azione qualcosa di inevitabile: l’idea, intesa come risultato di un bagaglio di esperienze e ricordi non ancora metabolizzato, è destinata a uscire dalla tela.  Simona ha avuto la fortuna di conoscere questo dirompente artista e intellettuale a tutto tondo di persona e questo rende il suo racconto ancora più vivido e coinvolgente.

In questo periodo, a tre anni dalla sua morte, Palazzo Reale di Milano ricorda con una bella ed esauriente retrospettiva  Fabio Mauri.

Considerato uno dei maestri dell’avanguardia italiana era nato, nel 1926, da una grande famiglia di intellettuali, la madre era Maria Luisa Bompiani sorella di Valentino. Ha vissuto tra Bologna e Milano fino al 1957, prima di trasferirsi a Roma. Amico fin da tempi non sospetti di Pierpaolo Pasolini, nel 1942 fonda con il poeta la rivista Il Setaccio.

Parallelamente anche Kassel dedica a Mauri una sala in cui è esposta una delle sue opere meno note, ma certo non meno convincenti. Si tratta di una serie di zerbini piuttosto ampi sui quali sono incise alcune sue frasi tra filosofia e amara saggezza.

Fabio Mauri faceva parte di un gruppo di artisti che abbiamo sempre stimato, che hanno stimolato la curiosità dei critici e suggestionato la passione degli storici.

Fabio Mauri

Fabio Mauri (foto di Elisabetta Catalano)

Aver conosciuto un artista come persona, come essere umano in lotta per quello in cui crede è un privilegio che non tutti gli operatori culturali possono vantare. Privilegio che troppo spesso la Storia fa evaporare nelle caselle dei luoghi comuni ovvero quelli dei gruppi e delle tendenze. Ma se uno corre da solo? Se uno nasce outsider per vocazione?

Fabio Mauri è stato un intellettuale solitario più che isolato, uomo di fascino con grande senso dell’autoironia.

Era partito dal teatro negli anni Sessanta, non a caso la sua prima moglie è stata l’attrice Adriana Asti. Come autore di teatro aveva scritto a quattro mani con Franco Brusati  Il benessere. Erano anni in cui il teatro italiano ospitava i grandi autori americani e inglesi da Osborne a Miller e quella commedia a doppia firma, ebbe un buon successo nel mondo della cultura. Mondo in cui Fabio, però, frequentava gli artisti della scuola romana che facevano capo a Pinio de Martiis e Cesare Vivaldi animatori della Galleria La Tartaruga. Tra i suoi amici c’erano, infatti, non solo scrittori come Pierpaolo Pasolini, ma anche Umberto Eco, Edoardo Sanquineti, Angelo Guglielmi, ma anche artisti come Kounellis, Schifano, Marotta, Angeli e la Fioroni e la fotografa Elisabetta Catalano, che è stata sua compagna per molti anni.

Ma Fabio aveva un suo mondo inquieto che lo tormentava e l’aveva spesso condotto sull’orlo di gravi depressioni. Ciò spiega perché l’arte come terapia, come gesto liberatorio divenne per lui l’ultimo fotogramma di una pellicola intitolata “The end”. E l’immagine di questo fotogramma si trasformò in un ciclo di opere parapop. Nello steso periodo Mauri esplorò le varie possibilità del monocromo o di tele aniconiche, prive di colore. Come tutti gli sperimentalisti l’artista non si fermò mai, né cercò compagni di strada con cui stilare manifesti per dare un riconoscimento storico al proprio lavoro. Altri, dopo di lui, attinsero a piene mani alla sua ricerca. Non a caso i suoi allievi dell’Accademia dell’Aquila lo adoravano. Con lui infatti riuscirono a sperimentare le lezioni di un grande docente che arrivò al punto di organizzare uno spettacolo tutto dedicato al Futurismo. Spettacolo che durò tre giorni al Teatro Olimpico di Roma e come una lectio magistralis riuscì a visualizzare tutte le innovazioni proclamate dai manifesti futuristi: dalla pittura alla danza, dalla musica alla poesia. Operazione memorabile quanto effimera come gran parte delle performances e delle istallazioni di Fabio Mauri.

Siamo nel 1970 la mostra si chiama Vitalità del negativo al Palazzo delle Esposizioni di Roma, curatore Achille Bonito Oliva. Mauri ha una sala tutta per sé che riempie all’inverosimile di microsfere di polistirolo bianco. Titolo: “Luna”. Il pubblico impazzito (poco prima c’era stato l’allunaggio) si tuffa senza remore in quella massa soffice, candida, lieve come il sogno di un bambino. Quell’istallazione spiazzava non solo per il materiale usato, ma per il gesto beffardo verso un’arte che si prendeva troppo sul serio. Comunque al di là del gusto ludico che l’ambiente trasmetteva, tutti ne riconobbero il senso poetico ed evocativo.

Mauri però non era sempre così “lieve”, infatti doveva ancora arrivare ad una delle sue performance più ostiche, intitolata Ebrea.Una bella ragazza nuda, presumibilmente ebrea, se ne stava accucciata nella penombra di una sala mentre sulla sua pelle veniva proiettato un documentario degli orrori nei campi di concentramento nazisti. L’efficacia, sia simbolica che visiva, è stata molto coinvolgente e sconvolgente. Almeno quanto una analoga performance in cui Pierpaolo Pasolini utilizzava il proprio corpo come schermo su cui proiettare il suo Vangelo. Tutto ciò accadde alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna nel 1975 (poco prima della morte dello scrittore).

Comunque tutta l’opera di Mauri è talmente poliedrica che oscilla tra il saggio storico e l’autobiografia, tra l’analisi del destino individuale e il coinvolgimento nella Storia.

Picinic o il buon Soldato, 1998

Picinic o il buon Soldato, 1998

Prima di partire per l’ultimo, lungo viaggio senza ritorno, Fabio ci ha lasciato un messaggio in una delle sue opere. Si tratta di un muro di valige di tutte le forme di tutti i materiali provenienti da tutto il mondo, in cui forse poter racchiudere la vanità dei nostri affanni. Valige dimenticate, mai ritirare, abbandonate…

Il Muro Occidentale o del Pianto, 1993

Il Muro Occidentale o del Pianto, 1993

Ci sembra di rivederlo, Fabio Mauri con quel suo sorriso sornione e la battuta beffarda sempre pronta a esorcizzare quel suo inguaribile male di vivere.

 

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