Castello Orsini
Castello Orsini

Il Castello di Celleno passa dai Gatti agli Orsini sullo sfondo di un significativo scenario storico

Nel pieno del Rinascimento cinquecentesco la nobile famiglia romana degli Orsini riceveva il feudo di Celleno, con annesso il castello fortificato appartenuto fino alla fine del 1400 alla famiglia dei Gatti. Quest’ultimi, se pur di fazione guelfa, non ebbero sempre ottimi rapporti con tutti i papi succedutisi nell’arco della loro genealogia. A cavallo tra 1200 e 1300 infatti, Silvestro Gatti, figlio di quel Raniero che fu capitano del popolo e promotore della costruzione della loggia del Palazzo dei Papi di Viterbo, venne cacciato dal Papa. Silvestro si era macchiato della colpa di aver voluto abusare del suo potere a tal punto che Giovanni XXII e il popolo allontaneranno da Viterbo la famiglia dei Gatti per oltre un secolo. Non da ultimo il figlio di Silvestruccio, e dunque  nipote di Silvestro, Giovanni Gatti, sarà accusato da Papa Alessandro VI di essersi voluto appropriare indebitamente di Celleno mentre ne era podestà. verso la fine del 1400. Per questo, in seguito alla confisca dei beni e all’allontanamento da Celleno, venne ucciso in circostanze poco chiare.

Palazzo Orsini

Palazzo Orsini

Di qui l’instaurarsi del feudo degli Orsini nella zona di Celleno, il quale durerà all’incirca tra 1527 e 1580, in un’epoca particolarmente controversa per la storia di Viterbo e per quella riguardante più in generale i rapporti tra Stato e Chiesa. Nel 1524, Cadevano a Rodi i Cavalieri gerosolimitani, che perdevano la loro sede marittima per mano degli Ottomani di Solimano il “Magnifico”.Questo evento, cruciale per la storia mondiale, porterà alla nascita dei Cavalieri dell’Ordine di Malta proprio all’interno delle mura della Rocca di Viterbo, in concomitanza temporale con l’assegnazione del Castello di Celleno agli Orsini.

Il Papa che diede asilo ai Cavalieri sconfitti a Rodi fu Clemente VII, che veniva eletto dopo la parentesi del Papa fiammingo Adriano VI, il quale a sua volta successe a Leone X. Adriano discendeva da una famiglia molto umile di Utrechet, era cresciuto nel collegio di Lovanio, in Belgio, ed aveva avuto la fortuna di trovarsi a sfruttare gli studi intrapresi svolgendo il ruolo di precettore per Carlo V, destinato al trono di Spagna. Dopo una serie di incarichi, tra cui il vescovato di Tortosa e l’ufficio di inquisitore e rappresentante supremo dell’Imperatore Carlo V, divenne Papa.

I suoi primi provvedimenti riguardarono la sistemazione dell’aspetto finanziario ed economico della curia. Non è da dimenticare che Leone X appartenne alla famiglia dei Medici e fu dedito a lussuosi vizi e sprechi di denaro che ridussero in ginocchio le casse della finanza romana. Neanche a farlo apposta Leone X, di nascita Giovanni di Lorenzo de’ Medici, era imparentato con la famiglia degli Orsini, essendo figlio di Lorenzo Medici ( il “Magnifico”) e Clarice Orsini.  Di volta in volta, a seconda di come le circostanze lo favorivano, appoggiò Spagnoli e Francesi, con l’unico intento di farseli alleati per evitarne un dominio in Italia. Fu uomo di cultura che finanziò l’Università di Roma riformandola e raccolse codici, libri antichi e si fece mecenate dei più grandi artisti e letterati del tempo: Michelangelo, Raffaello, Bembo, Sannazzaro, Guicciardini. La sua politica, tra sfarzi di ogni genere, fu molto dispendiosa anche per potenziare il ducato di Urbino che affidò al nipote Lorenzo.

Di fatto la sua ambivalente politica mercenaria, giustificata da una fervida ambizione, più che da un reale interesse per il bene dell’Italia di allora, lo porterà a togliere prestigio alla Chiesa di Roma e a condannare l’Italia alle conseguenze dei Trattati di Cambrai del 1517, con i quali di fatto Francesco I di Francia e Carlo V di Spagna si spartivano parte della Penisola italiana. Di fatto Leone X consegnava Parma e Piacenza a Francesco I, a patto che questo non interferisse con Urbino.

Chiesa Celleno vecchia

Chiesa Celleno vecchia

Quando Adriano VI salirà al trono nel Gennaio del 1522, si ritroverà a fare i conti con le conseguenze del costoso pontificato di Leone X. Per prima cosa Papa Adriano ridusse il numero dei Palafranieri (custodi, inservienti) da cento a circa una dozzina, riformò le sale vaticane alleggerendole dai molteplici sfarzi, tanto che il Pinzi definisce la sede pontificia come “ridotta allo squallore di un convento”. Prese a cuore la questione della Crociata contro i Turchi, osteggiò il diffondersi del protestantesimo in Germania e Svizzera e ridimensionò gli abusi della Chiesa in materia di indulgenze. Adriano non fu per nulla interessato alle vicende del viterbese i suoi interventi si limitarono a ridurre le spese, secondo il buon costume parco e contenuto dell’umile realtà fiamminga da cui proveniva. Il Guicciardini così ne ricorda la morte:

“uomo giusto e pio, trapassò con il contento di tutta la corte, lasciando di sé piccolo concetto, o per la brevità del tempo che regnò, o per essere inesperto delle cose”.

Alla sua morte, avvenuta nel Settembre del 1523, in circostanze di sospetto avvelenamento, gli successe il già citato Clemente VII. Questi volle prendersi cura di Viterbo riformandone per intero il comparto organizzativo ed amministrativo, sull’eredità di quanto aveva iniziato a fare Adriano VI per la curia vaticana. In un documento risalente al 14 novembre 1523 si legge come Viterbo dovette vendere alcuni beni per patrimoniali per far fronte alle crescenti spese. Clemente, appena investito del suo pontificato, ridusse a quattro quegli che erano gli otto Priori della città, dimezzando così la spesa per il Comune. Per evitare che, come fino ad allora era sempre avvenuto, i Priori commettessero concussione, vietò loro di indire il Consiglio Speciale o Generale, vietò inoltre che potessero concedere appalti e stabilì che non potessero scrivere atti a nome del Comune senza prima licenza espressa dal governatore.

Clemente VII stabilì anche che venisse nominato un forestiero come come procuratore fiscale. Questi avrebbe svolto le funzioni di tesoriere incassando e registrando gli introiti del Comune affinché i Priori non li dilapidassero. Inoltre stabilì che ogni spesa effettuata dai Priori venisse prima autorizzata e controfirmata dal governatore. Cosa ancor più incisiva vietò ai nobili dei Colonnesi e degli Orsini di entrare a Viterbo, dopo averli cacciati.

Quanto accaduto fu emblematico per la vita politica cittadina fino alla Rivoluzione Francese. Di fatto Clemente VII aveva sì messo un freno agli sprechi e posto sotto rigido controllo l’operato dei Priori, ma aveva anche inferto un duro colpo alla democrazia cittadina creando in sostanza un’oligarchia di nobili che monopolizzerà tutta la rappresentanza civica di Viterbo.

Quanto affliggeva Viterbo, nel periodo dell’affermazione dell’influenza degli Orsini a Celleno, era la peste unita alla perenne alternanza fra varie guerre di potere, ora dei nobili ora della borghesia. Quando  Clemente VII deciderà di appoggiare la Francia a mezzo della Lega di Cognac, Carlo V d’Asburgo pagherà i Lanzichenecchi per invadere e depredare nel Sacco di  Roma  del 1527. Quest’episodio si ripercuoterà sulla città di Viterbo che ne dovette assorbire il passaggio. Per uno strano gioco della sorte sarà nominato per l’emergenza come Capitano del popolo proprio quel Gran Maestro Filippo Villiers dell’ Isle-Adam che aveva da poco sancito, nel Palazzo della Rocca, la nascita del Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta.

Bibliografia:

  • Cesare Pinzi, Historia della città di Viterbo, VolumeIV cap. 17, Stabilimento tipografico Agnesotti, Viterbo, 1913
  • Luciano Osbat in Gente di Tuscia.it della Fondazione Carivit, http://www.gentedituscia.it/gatti-famiglia/
  • Francesco Guicciardini, Historia d’Italia, Ed.Laterza scritti autobiografici e rari, Bari, 1936
Stemma famiglia Gatti

Stemma famiglia Gatti

Stemma famiglia Orsini

Stemma famiglia Orsini

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