Simona Weller
Simona Weller

Simona Weller, una grande pittrice racconta l’arte italiana

Una delle principali pittrici italiane che nel suo percorso ha incrociato i più importanti artisti italiani del XX secolo, ha scelto Calcata come suo rifugio. Simona, anche scrittrice e insegnante all’accademia di belle arti inaugurerà una rubrica sugli artisti di rilievo che hanno legato il suo nome alla Tuscia e non solo 

 

La vocazione per l’arte bussa presto la porta e dopo il Liceo Classico frequentato a Roma, sua città natale, Simona frequenta l’Accademia di Belle Arti che le permette di acquisire gli “strumenti” del mestiere e apprendere da insegnanti di spessore. In questo periodo comincia a far sue tecniche come l’acquaforte e la modellazione della creta. Una borsa di studio dell’UNESCO le permette di fare il primo grande viaggio esotico della sua vita: il Siam, paese oggi noto come Thailandia, dove viene colpita per la scrittura locale, avvertita come indecifrabile, ma custode di un’armonia particolare. Inizia una serie di viaggi in paesi come l’Egitto e la Spagna ed i loro colori e le atmosfere vissute diventeranno ispirazione per le sue tele. Dopo aver terminato gli studi all’Accademia di Roma discutendo una tesi di laurea sulla pittura egiziana, si sposa, diventa madre e si sistema a Taizzano di Narni per concentrarsi sulla pittura. L’esperienza accademica viene assorbita e superata, così le suggestioni dei viaggi lasciano spazio a creazioni più intime e indipendenti. La natura in questa fase è la sua principale fonte d’ispirazione: il ciclo della vita legato alla terra, con vegetazione insetti e frutta selvatica. Il 1970 è l’anno del suo ritorno nella capitale: finito il matrimonio, convive con il poeta Cesare Vivaldi e insegna discipline pittoriche in qualità di assistente di Giulio Turcato. In questa fase segni grafici e parole fanno il loro ingresso nelle sue tele: le opere create assumono inizialmente le sembianze di tavole su fondo nero segnate da graffiti bianchi in cui l’inconscio e l’introspezione trovano espressione, liberi da ogni costrizione logica. Successivamente le sue opere a tinta nera si alternano a tele variopinte dove una parola scritta innumerevoli volte tende a formare una tessitura.

Dipingi un campo, 1972

Dipingi un campo, 1972

Prendendo spunto dal Divisionismo, con la giustapposizione di colori crea un pastoso effetto di profondità. Il suo stile, in cui la parola scritta assume una tipicità e una forza espressiva proprie all’ astrattismo lirico, viene forzosamente etichettato nella branca della poesia visiva. Tuttavia il rapporto della pittrice con il colore è così forte da non poter prescindere da esso come carattere fondante della sua opera. Lo studio della pittura di Seurat, pioniere francese del Puntinismo, la porta ad un ulteriore mutamento della sua opera, in modo particolare la colpisce il celebre “Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte”:  comincia così a lavorare sulla tache, macchie di colore che danno ritmo alla scrittura, a volte sovrapponendosi ad essa coprendola. Cambia anche il ruolo stesso della scrittura: se prima si stratificata su se stessa, ora contribuisce più a dare solidità all’opera. Questi sforzi nella sperimentazione, anche se incompresi e osteggiati da alcuni critici, verranno premiati con  l’invito alla Biennale di Venezia nella mostra “Dalla pagina allo spazio” che si terrà ai Magazzini del Sale.

Simona Weller

Simona Weller

Successivamente nel suo studio nella Storica Via Margutta, parallela di Via del Babuino al centro di Roma, ritrovo di artisti come Turcato e Corpora , ma anche di personaggi celebri in altri settori, comincia una nuova operazione pittorica: Simona ritaglia frammenti di vecchie tempere e li incolla su alcuni fondali dove ha scritto parole come “erba e “mare”. L’effetto di rilievo in controluce assumerà una tale importanza da rimanere una sua cifra stilistica anche in futuro.  In quegli anni pubblica poi un saggio fondamentale sulle artiste italiane del Novecento (“Il Complesso di Michelangelo” – Nuova Foglio Editore, 1976) e partecipa a collettivi femministi e a mostre internazionali di artiste.

Mare di fuoco, 1973

Mare di fuoco, 1973

Nella primavera del 1976 soggiorna qualche mese a New York dove frequenta alcuni artisti di varie tendenze come Marcia Hafif, Robert Morris e Simone Forti. Il gallerista Leo Castelli rimane rapito dalle sue opere e le suggerisce di fermarsi a Soho, quartiere ritrovo di artisti nel borough di Manhattan, affittare un loft ed entrare a far parte della scuola newyorchese. Le sirene americane hanno un prezzo da pagare: abbandonare l’Italia, due figli entrambi di circa 10 anni, un compagno amato, una cattedra di pittura e la cultura di appartenenza. Trovarsi davanti a questo bivio le permette di comprendere con maggiore chiarezza che la sua identità culturale è legata all’ Italia, dove ritorna stringendo amicizia con i più grandi nomi della pittura italiana dell’epoca. In estate soggiorna in Liguria dove si avvicina alla ceramica, cominciando una collaborazione periodica mai abbandonata  con la fabbrica l’Antica di Alviero Moretti a Deruta in Umbria. Dopo essersi confrontata con il Puntinismo, la sua opera giunge a contatto con di Cubismo attraverso lo studio di grandi artisti come Picasso e Braque: frammenti della propria esperienza di vita personale si fondono con alcuni particolari di questa corrente.

Nel vento, 1991 In the Wind Tempera e collage su legno

Nel vento, 1991
In the Wind
Tempera e collage su legno

Il risultato è una serie di grandi pannelli su carta da scenografia, in cui però non manca la comparsa di composizione su sfondo nero che rimandano alla sua prima fase artistica. Un’ulteriore evoluzione avrà luogo con il suo invito alla Quadriennale nel 1986: il suo segno viene frantumato in una serie di moduli microscopici, frammenti di parole la cui forma ricorda l’andamento di un’onda. La natura sperimentale dell’esperienza artistica di Simona si accentua con l’utilizzo di materiali diversi. Compaiono telai a vista, quadri in rilievo e squarci in lavori che esaltano gli elementi naturali, i quali danno l’impressione di accanirsi contro la tela. Nasce il ciclo di “Allegri naufragi” ispirato a quei celebri versi di Ungaretti che recitano: “E subito riprende il viaggio, dopo il naufragio, il vecchio lupo di mare…“, parole queste che rispecchiano l’atteggiamento dell’artista verso la propria vita e la propria arte.

Simona Weller ceramiche

Simona Weller e le ceramiche, una sua passione

La cultura linguistica della Weller, restando in rapporto con la tradizione formale del colore (da Seurat a Balla a Dorazio), riesce negli ultimi anni a stupire ancora con imprevedibili soluzioni espressive il cui esempio è il ciclo “Lettere di una pittrice italiana a Vincent Van Gogh” dove l’artista rinnova dall’interno la sua ricerca sulla pittura-scrittura. Per queste opere viene invitata da tre gallerie olandesi ad esporre durante le manifestazioni per il 150° anniversario della nascita di Van Gogh. Anche nel Terzo Millennio non mancano riconoscimenti e affermazioni personali:  l’8 marzo 2006 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, su indicazione del Premio Nobel Rita Levi Montalcini, premia di persona la sua poliedrica attività nel campo della cultura con l’onorificenza di Commendatore e nel 2009 vince il concorso per la Medaglia Ufficiale Annuale del V anno di Pontificato di Sua Santità Benedetto XVI, indetto dalla Segreteria di Stato della Città del Vaticano.

Simona Weller tuttora vive e lavora a Calcata in provincia di Viterbo, nel celebre borgo ritrovo di artisti a 40 km da Roma. La sua ultima personale è “La pittura è facile e difficile come l’amore”, ispirata ad una poesia che Cesare Vivaldi le dedicò nel 1974 e inaugurata giovedì 21 marzo 2019 a Napoli. Si tratta di una selezione di opere che inquadrano i cicli visivi che hanno caratterizzato il suo lavoro dall’inizio degli anni Settanta sino a oggi. Per Aliante sarà un onore avere la penna di una così grande artista, che è anche apprezzata scrittrice, pronta a mettere a disposizione la sua sterminata conoscenza e aprire il suo prezioso scrigno di ricordi per raccontare l’arte italiana dalla prospettiva di chi l’ha conosciuta da vicino e continua a viverla da protagonista.

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