Il Pantheon etrusco – prima parte

Il complesso delle figure divine della civiltà etrusca, pur avendo dei chiari punti in contatto con quello greco e romano, presenta delle divinità originali e soprattutto gli dei accostati a quelle olimpici mantengono comunque dei tratti originali, che rispecchiano le peculiarità di una cultura che, pur portando avanti un continuo dialogo con le grandi civiltà dell’Europa Mediterranea, ha una propria spiccata identità che si traduce in una distinta cosmogonia. In particolare spiccano tre elementi: il coinvolgimento in funzioni relative all’Oltretomba anche di divinità note per differenti  prerogative, l’importanza data al ruolo “materno” di molte dee che rispecchia una società in cui la donna aveva più peso rispetto il mondo greco-romano e la frequente associazione in gruppi di divinità minori che fanno capo a una più importante. Due sono le macrocategorie in cui si identificano le divinità etrusche: celesti e ctonie, cioè relative al mondo infero e sotterraneo. Fondamentale è stato il ritrovamento degli specchi: è grazie alle incisioni sulla loro superficie se possiamo conoscere l’iconografia di molti dei etruschi. Conoscere i protagonisti della religione etrusca significa conoscere più da vicino la cultura di questo affascinante popolo del mondo antico

Gli Etruschi erano famosi, anche in tarda epoca imperiale quando la loro identità di popolo era già stata assorbita nella nazione romana, per la loro tradizione di indovini: “La gente che più di tutte è dedica alle pratiche religiose”, li definì lo storico padovano Tito Livio, mentre Seneca affermò che “essi attribuiscono tutto alle divinità”.  Si conoscono i loro sacerdoti specializzati nel processo di divinazione i “netsvis”, corrispondenti ai latini “aruspices”. Erano distinguibili dal loro abbigliamento: una sopravveste bloccata sul petto da una fibula e un riconoscibile copricapo conico, vagamente somigliante a quello dell’iconografia tradizionale del mago.

L’indovino teneva in mano un bastone, che si riteneva gli permettesse di accedere al volere celeste, il tuo, un bastone più piccolo e ricurvo, utilizzato per l’osservazione del cielo e un coltello sacrificale.

La divinazione poteva avvenire scrutando il cielo, per osservare i fulmini o il volo degli uccelli, e scrutando le viscere di un animale sacrificale.

Nel dare ulteriori elementi allo studio delle pratiche divinatorie e al pantheon etrusco tutto il Fegato di Piacenza, un modello in bronzo risalente al periodo compreso tra la fine del II secolo avanti Cristo e l’inizio del I, rinvenuto nel 1877 a Ciavernasco di Settima, località del comune di Gossolengo, appunto in provincia di Piacenza. Esso è diviso in 16 caselle che rappresentano le 16 case celesti, a loro volta associate in quattro gruppi come le sezioni del cosmo riconosciute  dagli antichi: cielo, acqua, terra e inferi.  Questo fondamento della dottrina sacra etrusca  sta alla base di un importante passo  delle Nozze di Filologia e Mercurio di Marziano Capella, autore latino di epoca tarda. Nelle sedici sezioni sono incisi i nomi di 30 divinità etrusche, la parte sinistra del cielo, che corrisponde alla destra della rappresentazione, è dedicata alle entità benigne, quella destra a quelle da temere. Questo reperto, modello di ispirazione per gli aruspici intenti all’interpretazione dei messaggi celati nelle viscere degli animali offerti in sacrificio agli dei, costituisce una cartina tornasole per orientarsi nello sfaccettato mondo sacro della civiltà che si affacciava sul Mar Tirreno.

Fegato di Piacenza

Fegato di Piacenza

Rispecchiando l’attenzione della tradizione etrusca riguardo il problema della definizione dei confini tra aree, che siano di dominio pubblico o privato, si conoscono ben due divinità preposte alla tutela dei confini. Il primo di questi è Selvanscitato in attestazioni epigrafiche volitive relative alla tutela dei confini cittadini. Le testimonianze partono dal V secolo avanti Cristo e, sebbene non siano presenti citazioni risalenti all’epoca arcaica, si fece ben presto strada tra le divinità più venerate. Cippi confinari inneggianti a Selvans sono stati individuati a Tarquinia nell’antica area cittadina e a Bolsena, presso il Santuario del Pozzarello. Il suo aspetto, testimoniato da alcune statue votive, era quello di un uomo di giovane età, vestito soltanto di un cappello ricavato dalla testa di un animale, una collana rigida al collo e un paio di stivali di pelle ai piedi. In mano aveva un attributo andato perduto, forse un bastone o una falce. Al dio sottintende la concezione di un’entità civilizzatrice dedita alla caccia, un dominatore della natura responsabile dell’introduzione dell’usanza di dividere i terreni.

Selvans

Selvans

Stesso ruolo di preposto al controllo dei confini era condiviso da Culsans, divinità bifronte come il latino Giano, ma dotato di una caratterizzazione completamente differente. Come il collega addetto al controllo dei confini, la sua immagine era di un ragazzo imberbe dotato di un paio di stivali come calzatura, ma che aveva in testa un particolare copricapo, appiattito alla sua sommità e dotato di una bordatura che scendeva a coprire la fronte e le orecchie. Per quanto riguarda la gestualità delle sue raffigurazioni, la mano destra, proprio come Selvans,teneva un oggetto caratteristico ora perduto, mentre la sinistra ha un’insolita posizione: è appoggiata al fianco ma con soltanto tre dita divaricate. Il suo nome viene citato per intero solo tre volte: a Cortona, in un frammento di una defissione, ovvero una piccola lamina metallica con una formula di maledizione, su un altare forato a Bagnoregio e sul lobo sinistro del Fegato di Piacenza. La documentazione epigrafica pare ascrivibile a una divinità ctonia. Veniva spesso definito come “puro” e “benevolo”, epiteti che si ritiene abbiano la funzione di rabbonire una divinità molto temuta. Così come il doppio volto di Culsans rappresenta la capacità di vedere sia avanti che indietro, sia al futuro che al passato, una coppia di personaggi maschili, attinge alla stessa tematica su una lastra frontale della serie Saulini, che prende il nome dall’omonima collezione, a Bolsena. Si tratterebbe di guardiani dei confini tra cielo e terra, ritratti secondo un motivo, quello di divinità che guardano in direzioni opposte pur occupando la medesima posizione, la stessa idea portante di un dio bifronte: i personaggi di entrambe le raffigurazioni guardano in due direzioni. Ciò potrebbe ritenersi soluzione iconografica tipica della civiltà etrusca, a cui il latino Giano avrebbe quindi attinto successivamente.

Culsans

Culsans

Thanr è una dea di grande importanza, giocando un ruolo sia all’inizio che alla fine della vita dell’individuo, accompagnandolo dalla nascita al trapasso. Thanr interviene al momento della venuta al mondo dell’individuo, con una funzione protettiva per bambini e partorienti:  la sua prima connotazione è quindi materna. Viene poi spesso ritratta come il membro più anziano del gineceo, in questo suo aspetto può essere associata alla dea del parto greca Ilizia. Il suo legame con l’infanzia viene ribadito da uno specchio inciso, rinvenuto a Orvieto, in cui accoglie un bambino dalle mani di Ercole, figura mitologica che ha avuto grande popolarità e risalto presso gli Etruschi. In un’altra raffigurazione Thanr compare in un gruppo di divinità cui fa capo Afrodite, scena letta come il saluto d’addio di una sposa, rivestendo un ruolo materno o comunque di accompagnatrice più anziana,  presente in un rito di passaggio fondamentale per una donna dell’epoca.

Accanto a questa funzione materna c’è quella relativa all’ambito funerario, come nel caso di un cippo tombale a Perugia, presso il Castello di San Valentino. Si fa appello a una dea come garante dell’attribuzione del terreno su cui sorge una tomba, quindi si tira in ballo un altro grande terra ricorrente nel pantheon tirrenico: l’attenzione alla definizione di confini, per sedare possibili contese. In ogni modo la compresenza di un ruolo della dea legata alla nascita, al passaggio della donna all’età adulta e quindi alla possibilità di diventare madre, alla protezione dei bambini, accanto a quello di una dea interpellata in questioni funerarie potrebbe essere un indizio di un ulteriore ruolo trasversale assunto dalla dea: quello di custode del fato degli individui, anche se privo le sfumature orrorifiche delle Moire della tradizione ellenica. In un’attestazione epigrafica impressa su una piccola statua bronzea risalente al IV secolo, offerto da Vel Sapua Selvanse a Turan (dea associata alla greca Afrodite e alla romana Venere) definita Thanra, ovvero della cerchia Thanr. Qui si evincono i nessi al suo ruolo spiccatamente rivolto alle donne con la presenza di Thuran e l’attenzione ai confini con quella di Selvans, dio chiamato alla loro salvaguardia. Curioso notare come la dea interessata ai momenti estremi della vita dell’individuo, ovvero la nascita e la morte, sia associata a un dio protettore dei confini. Quest’ultimo elemento si rifà alla concezione della disciplina etrusca come garante dell’ordine cosmico, dove spazio e tempo sono contenuti in ben delimitati settori.

Se con le divinità viste nel dettaglio finora non è possibile trovare un vero equivalente in Grecia, è invece molto facile collegare Fufluns a Dioniso, così presente sul vasellame decorato proveniente dall’Ellade. La passione degli Etruschi per il vino, bevanda associata al dio dell’ebbrezza, ha spianato la strada alla diffusione del suo culto. Il nome invece tradisce un collegamento a un elemento molto diverso:  potrebbe far arrivare a una radice comune con i termini latini flos (fiore) e Flora, la dea romana e italica della fioritura dei cerealiSi evincerebbe un naturale passaggio da una divinità agricola al dio del vino, avvenuto anche per altre divinità antiche, come il latino Liber e lo stesso greco Dioniso.  Su quattro vasi attici a figure rosse, utilizzati come recipienti per bere vino, a Vulci si legge  “Flufluns pachies velclthi”(tradotto di “Fufluns bacchico a Vulci”): l’iscrizione, che rimanda i misteri dionisiaci, permette a Giovanni Colonna di individuare i symbola, cioè gli oggetti sacri destinati agli iniziati al culto di Dioniso per dedicarsi al loro culto anche privatamente. Dopo il successo di questa divinità che si protrae fino all’età classica, i culti dionisiaci subirono una forte repressione a partire dal 186 d.C., perché si riteneva che la crescita di proseliti poteva contribuire a corrompere i giovani e a destabilizzare lo stato. Le evidenze del grande successo del dio presso gli Etruschi, attraverso raffigurazioni o le iscrizioni, dimostra come l’iconografia e le caratteristiche dell’omologo greco stiano state interamente fatte proprie da Fufluns. Torsi, viti ed edera sono dei marchi distintivi che gli artistici etruschi hanno ripreso dai colleghi greci fin da principio, come dimostra un’ampia casistica di pittura vascolare. In realtà l’attribuzione palese delle immagini artistiche al nome del dio è stata possibile soltanto con il rinvenimento di specchi incisi, vero e proprio strumento chiave nella ricostruzione dell’iconografia del pantheon etrusco. Proprio grazie a uno di questi specchi provvisto di didascalia è possibile assistere alla scena della nascita del dio da una coscia di Tinia, associato al greco Zeus e al latino Giove, con l’aiuto di Mean, una delle Lase, le dee che hanno il compito di scrivere in pergamena le opere compiute dal defunto. Secondo la biografia mitica di Dioniso, la madre Semele era rimasta folgorata dalla visione di Zeus, al punto che fosse necessario che il dio stesso si facesse carico della gestazione del bambino su richiesta della stessa genitrice, affinché potesse vedere la luce. Testimonianza del fatto che gli Etruschi erano in grado di filtrare miti stranieri secondo il proprio gusto e la propria sensibilità è la realizzazione di uno specchio su cui viene raffigurato il rapimento di Arianna, futura sposa di Dioniso, da parte Artemide, la quale ha una funzione di “angelo della morte”:  torna ancora questo tema ricorrente etrusco seppur sotto sfumatura, perché Arianna,  contaminata dal contatto con il dio dell’istintiva pulsione vitale, ormai è estranea al mondo degli uomini mortali. La scena viene intesa come quella di una morte simbolica alla sua vecchia condizione umana e rinascita a nuova vita accanto al dio. L’anonimo incisore dello specchio apostrofa la principessa di Creta come “esia”, cioè sacra agli dei inferi.

Fufluns

Fufluns

Dal passaggio all’epoca arcaica a quella più recente l’iconografia del dio muta nettamente: Fufluns, dall’immagine virile barbuta e spesso ritratto attorniato dalla sua corte di baccanti, passa a una figura più giovanile, atta a esaltarne la vitalità. Se la pittura arcaica spesso era associata a contesti inerenti a simposi, nel secondo caso la sua presenza era più spesso messa in relazione alla simbologia nuziale e rivolta alle future spose. La potenza esuberante di un giovane, con chiari riferimenti erotici e di fertilità, sostituisce quella di un dio dell’ebbrezza in cui potevano rivedersi i nobili etruschi alle prese nei simposi, tra piaceri del palato e giocose conversazioni.

Troppo spesso molti studiosi sono portati ad associare quel che non sanno ben inquadrare a  elementi noti, nel caso dell’analisi delle divinità adorate dai  popoli con cui sono venuti a contatti i Greci la forte tentazione è, come già visto, trovare per forza degli abbinamenti con le figure olimpiche. Se a volte il procedimento può risultare utile, altre può risultare completamente fuorviante. Nel caso specifico è inutile cercare una chiara corrispondenza con Apollo, una delle principali divinità olimpiche con il uno o più esponenti del pantheon tirrenico. A largo della costa di Santa Marinella, nei pressi di Civitavecchia, sorge un importante santuario nei pressi di Pyrgi, dove ricorrono con particolare frequenza le dediche alla dea Cavatha, invocata sia con il nome di Demetra, la dea greca madre di Persefone, la sposa di Ade, che indica degli aspetti inferi che, come si è visto, gli Etruschi attribuivano a svariate divinità.

Un dizionario enciclopedico risalente al III-IV secolo testimonia che kauta(m) è il termine etrusco per un fiore che in greco è chiamato anthemise in latino solis oculus “Occhio del sole”, così chiamato perché presumibilmente il fiore chiudeva la corolla quando stava in ombra per poi aprirla al sole, similmente a un occhio. L’iscrizione in un piccolo cippo custodito in una collezione privata  negli Stati Uniti d’America riporta l’iscrizione “alla madre Esit(a) e a Catha” che cita una madre della dea. Il nastro esterno del fegato di Piacenza ha in sesta posizione il nome Catha, testimoniando l’importanza della dea nel pantheon etrusco. Il tratto più distintivo di questa divinità è la sua associazione al culto del Sole: il fatto che questa prerogativa fosse associata a una dea di sesso femminile poteva essere difficilmente accettata da una società spiccatamente patriarcale quella romana. Ciò potrebbe aver fatto sì che la dea venisse apostrofata come “figlia” per rendere questa peculiarità più accettabile, in quanto non più attribuita apertamente. Essa non viene mai ritratta nelle scene figurate della tradizione etrusca, ma accorre in aiuto uno specchio rinvenuto ad Orbetello e risalente al III secolo avanti Cristo. Esso illustra il percorso completo del sole secondo l’immaginario dell’epoca e nella relativa didascalia si può leggere il nome Cathesan, interpretabile come la versione di maschile Cavthae “san(s)” come “genitore”, operando una fusione con il nome Thesan, dea dell’aurora. Tutto ciò può essere letto come il tentativo di cambiare l’identità della dea solare Cavtha con quella di una figura maschile, per conformarla al pantheon classico.

Cavatha

Cavatha

Se molte divinità etrusche all’occorrenza hanno una funzione funebre, esistono più dei che hanno uno specifico ruolo nell’Oltretomba. Il primo di questo è Calus, di cui tuttavia ci manca una propria iconografia. Viene citato per la prima volta del V secolo aC nella Tegola di Capua, il calendario religioso che riportava prescrizioni religiose da eseguire in occasione di date festività, dedicate di volta in volta a specifiche divinità, specialmente ctonie. Risale a mezzo secolo dopo l’attestazione del Piombo di Magliano. Si tratta di un disco di piombo ricoperto su entrambi i lati da una lunga iscrizione etrusca a spirale su ambo i lati. Nel lato B si fa riferimento proprio a Calus e alla sua consorte Thanr. Esistono delle attestazioni a dimostrare come il dio fosse circondato da una serie di divinità, chiamate Calosur e, a differenza dei Mani della tradizione romana, ognuno di questi possiede un’identità propria e costituiva oggetto di venerazione. Gli dei di questo gruppo sono gli stessi che altrove hanno differenti ruoli, come Selvans, Tinia o Menrva. Questo indica, a differenza dei culti greco-romani, che gli dei possono avere funzioni diverse a seconda del gruppo di cui fanno parte sulla base della caratterizzazione dei luoghi di culti in cui venivano menzionati. Riguardo l’immagine del dio, Calus potrebbe essere identificato con la rappresentazione mostruosa della bocca degli inferi, che si apre nel terreno per inghiottire Arianna rapita da Artemide, come mostra uno specchio prenestino. Il nome Achrum poi, che in età tarda viene utilizzato come traduzione di Acheronte, compare su un vaso dove viene illustrato il mito di Alcesti, che si offre “affinché Achrum faccia una vittima” e su uno specchio inciso a Vulci, indicando qui una delle furie che perseguitano Oreste e inoltre indirettamente nell’aggettivo “Achrumune”con cui si definisce uno dei quattro caronti un un’omonima tomba a Tarquinia. Il risultato sembra portare al ritratto di un dio molto temuto, tenebroso e vendicativo, accostabile parzialmente allo stesso tempo ad Ade, a Thanatos e alle Erinni, ma anche qui il giochino di assimilazione con dei corrispettivi greci non funziona del tutto.

Tra le figure più tipiche dell’immaginario etrusco ha un posto di rilevanza la coppia di demoni che accompagna i defunti nel loro viaggio nell’aldilà, che a volte compaiono anche al di fuori di contesti funerei, come nel caso dell’auriga dai capelli infuocati che lancia al galoppo un carro trainato da esseri mostruosi nella Tomba della Quadriga Infernale. I due demoni  Charun e Vanth sono l’opposto nell’aspetto: uno orrorifico e uno celestiale.

Charun ha le sembianze di un uomo rozzo e muscoloso, dalla pelle azzurrina che richiama i cadaveri in decomposizione, barbuto e caratterizzato da un grande naso aquilino e vestito di una corta tunica, mentre brandisce in mano un martello, che è lo stesso che sigilla i battenti nelle grandi opere cittadine, chiara rappresentazione dell’irreversibilità del trapasso.

La sua funzione, come quella della sua controparte femminile, è quella di assistere al decesso e accompagnare il defunto alla sua dimora eterna.

Charun e Vanth nella Tomba degli Anina, necropoli del Fondo Scataglini, Tarquinia

Charun e Vanth nella Tomba degli Anina, necropoli del Fondo Scataglini, Tarquinia

Vanth invece, raffigurata come una donna sorridente, giovane e bella, costituisce il suo contraltare “angelicato”. Il suo aspetto è condiviso dalle succitate Lase, divinità minori che fungono da assistenti alle divinità più importanti. Il suo abbigliamento si limita a una gonna corta sostenuta da delle bretelle che lasciava scoperto il seno, mentre porta in mano una fiaccola, che si direbbe poteva servire a illuminare il cammino del defunto. Oltre a questa funzione di guida dell’oltretomba questo demone femminile sembra avere anche quella di messaggero del fato, dato che a volta viene ritratta con in mano un rotolo di pergamena o di lino, dove si immagina fosse scritto il destino del defunto. A questi demoni erano sovente dedicate offerte e dediche, probabilmente per avere un occhio di riguardo per i propri cari defunti.

Eos, invece, la dea dell’aurora citata da Omero e che venne presto assorbita dalla figura di Afrodite, venne identificata in Etruria con Thesan, che, pur ereditando la stessa iconografia, si distingueva dalla sua corrispettiva greca per una personalità ben più sviluppata, che la poneva tra le principali divinità tirreniche. Tornando ad Eos, essa era caratterizzata da due elementi: il primo invaghirsi di giovani uomini molto attraenti, il secondo è quello di madre affettuosa nei confronti del figlio Memnone, avuto da Titone, re degli Etiopi, distintosi per valore nella Guerra di Troia. Risulta facile immaginare che il secondo aspetto fu quello prediletto nella tradizione etrusca, come dimostra il suo ritratto in uno specchio di epoca ellenistica, quando accanto a Teti invoca la clemenza di Zeus, prima dello scontro tra i rispettivi figli, Memnone e Achille. Il primo fra gli dei, dopo aver meditato sul destino di entrambi, decretò la vittoria di Achille e lasciò ad Eos l’ingrato compito di riportare il feretro del figlio in patria. La dea spiccò il volo dispiegando le ali tenendo tra le braccia il corpo del giovane guerriero caduto, con un’espressione  di dolore che ricorda il celeberrimo capolavoro de La Pietà di Michelangelo. Secondo il mito le lacrime della dea ogni giorno bagnano la terra con le gocce di rugiada al sorgere del giorno. L’immagine più nota in Etruria tuttavia è quella della dea che lancia al galoppo la sua quadriga, che simboleggia la luce dell’alba che annuncia l’inizio di un nuovo giorno.

Thesan Tiene in braccio ilo figlio Memnone

Thesan Tiene in braccio ilo figlio Memnone

Nel fronte anteriore del Tempio A del Santuario di Pyrgi, un altorilievo racconta la triste storia di Ino, nutrice di Dioniso, identificata con Thesan gettata il mare con il figlio Melicerte in seguito alla persecuzione della dea Era e successivamente arrivata fortunatamente sulle coste del Lazio. Poseidone fu mosso a pietà e decise di trasformare madre e figlio rispettivamente in Leucotea e Palemone, due divinità marine. La dea, citata in una tomba di età ellenistica a Spina, città sorta sul delta del Po dove il suo nome viene citato in un’iscrizione su una coppetta a vernice nera nel contesto di un culto funerario, quindi alla dea dell’Aurora veniva attribuito anche un ruolo di salvifico del devoto anche nell’Oltretomba. Un’altra divinità relativa a tutt’altra sfera vede quindi riconoscersi anche un ruolo funerario, usanza tipica nel pantheon etrusco. Non sorprende quindi che in alcuni misteri orfici, cioè relativi a un a dottrina sorta in Grecia attorno alla figura mitologica di Orfeo,  tra le divinità capaci di fare dono della salvezza eterna si ricordino  anche Palemone e sua madre Leucotea, assimilata appunto alla dea dell’aurora.

 

 

Continua con la seconda parte

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