Particolare dell'area archeologica di Vulci
Particolare dell'area archeologica di Vulci

Gli scavi di Luciano Bonaparte a Vulci

 

Luciano Bonaparte, fratello dell’imperatore francese Napoleone, fu un uomo instancabile, che si dedicò a numerose iniziative. Si avvicinò all’archeologia inizialmente come via di fuga per le ristrettezze economiche cui andò incontro, ma sviluppò una vera e propria passione, che lo spinse a dare grande lustro a, Vulci, uno dei più importanti centri dell’Etruria e del mondo antico.

Negli anni venti del XIX° secolo la situazione economica del principe Luciano Bonaparte era disastrosa, tra le cause: la famiglia numerosa, i numerosi servitori, lo stile di vita lucroso e le svariate amanti, la più celebre fra queste era la marchesa Ana Maria di Santa Cruz, conosciuta durante la sua ambasciata in Spagna alla quale aveva prestato ben 500000 franchi!(una cifra pazzesca per l’epoca) cifra che naturalmente non rientrò nelle tasche di Luciano.
Il principe vendette  Palazzo Nunez a Roma (sua prima residenza romana) e la villa La Ruffinella di Frascati, le vendite degli immobili non risolsero la situazione ed i suoi creditori minacciavano di condurlo in Tribunale.
Al principe Luciano per evitare lo scandalo del fallimento e del tribunale non rimase che chiedere aiuto ai suoi familiari, risposero all’appello il cardinale Fesh suo zio e il fratello Maggiore Giuseppe, ex re di Napoli, ex re di Spagna, che si era rifatto una vita in America riciclandosi come Conte di Survilliers.
Tamponata l’emergenza, il problema economico permaneva e non si intravedevano vie d’uscita. E’ a questo punto che avvenne un fatto nuovo, di tale portata da risolvere non solo tutti i suoi guai finanziari, ma in grado di condizionare il suo futuro: la scoperta della necropoli di Vulci.
Pochi anni prima nel 1825 lo studioso tuscanese Vincenzo Campanari stava esplorando l’area dove sorgeva l’antica città di Vulci ed ebbe il sospetto che nel sottosuolo vi si trovasse qualcosa di importante, dovette aspettare ben tre anni per il permesso di scavo rilasciatogli dalla santa sede e nel 1829 iniziarono gli scavi che portarono alla luce numerosi reperti che diedero lustro, fama e ricchezza allo studioso di Tuscania.
Come fece il principe a scoprire le ricchezze archeologiche del suo latifondo?
Era la primavera del 1828 alcuni contadini stavano arando la terra,  la volta di una tomba a camera nelle vicinanze del Castello di Vulci franò sotto il peso dei buoi, rivelando così la presenza di pochi  frammenti ceramici.
Di lì a poco cominciò una “caccia al tesoro” che prosegue fino ai giorni nostri, questo episodio viene raccontato dallo studioso ed esploratore inglese George Dennis nel suo libro “”Città e Necropoli d’Etruria“.
In verità i contadini e pastori della zona hanno adoperato da sempre le grotte etrusche come ricoveri per se stessi e per le greggi, o come depositi per il raccolto.
Le alluvioni, già molto prima dei moderni mezzi agricoli, avevano livellato i fondi terrieri facendo emergere una gran quantità di pezzi di ceramica.
La scoperta casuale di pochi frammenti avrebbe quindi lasciato quasi del tutto indifferente chi da sempre usava le olle e i vasi etruschi come contenitori o mangiatoie,  questo naturalmente non vuol togliere nulla alla autenticità  del racconto del Dennis, difatti si può dire, p che rappresenta tutt’oggi una fonte importantissima per chi voglia occuparsi di cose etrusche.
Verso la fine del 1828 iniziarono gli scavi con un esito davvero notevole: in poche settimane venne setacciata un’area di circa due ettari facendo venire alla luce  oltre duemila vasi!
il principe capì il valore culturale e soprattutto il potenziale economico di un mercato ancora agli albori ma che conoscerà nei decenni successivi uno straordinario sviluppo: si potevano alimentare collezioni pubbliche e private e soprattutto rifornire i nascenti musei. La maggio parte parte di questi reperti finirono all’estero,  c’è da considerare che in quel periodo  nessuna legge vietava lo scavo e il commercio di tali oggetti.
Luciano si appassionò ai vasi dipinti, tanto che ordinò al  soprintendente degli  scavi  di recuperarne anche il più piccolo frammento.
I frammenti recuperati venivano restaurati e  ricomposti, una volta ricostruiti  finivano poi sul mercato, specialmente europeo.
Questa pratica contribuì senza ombra di dubbio al recupero e alla salvaguardia di una notevole quantità di pezzi  pregiati, i quali molto probabilmente sarebbero andati perduti, il principe favorì la formazione di una nuova classe di valenti artigiani ceramisti e restauratori (successivamente queste figure professionali si diedero alle imitazioni ed alla creazione di falsi).
Il principe tuttavia distrusse il vasellame grezzo e meno pregiato, buccheri e terrecotte non figurate, questo materiale veniva distrutto all’apertura delle tombe, per non compromettere il prezzo del materiale più pregiato (anche se può apparire una politica brutale ricordiamo che il principe iniziò le campagne di scavo per risanare i debiti e per cercare una svolta economica dunque la logica del profitto era il dictat imperante).
Vulci si rivelò una vera e propria miniera di vasi e reperti tanto che  il principe proseguì la sua opera  fino al 1840 (anno della sua morte).
Durante queste campagne il principe ebbe gratificazione non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista archeologico:  fu lui infatti a scoprire le importanti tombe della Cuccumella e della Cuccumelletta.


Tomba della Cuccumella Vulci.

Non riuscì tuttavia a trovare il sepolcreto  più importante probabilmente dell’intera Etruria, la scoperta che fore lo avrebbe fatto ricordare ai posteri non solo con il malinconico attributo di “Principe di Canino”, stiamo parlando della  favolosa Tomba François (per altro non distante dai citati sepolcreti) che venne scoperta nel 1857, per conto dei Torlonia, dall’archeologo fiorentino Alessandro François, da cui prese il nome.
Il principe è passato alla storia come un predatore di tombe e non disprezzò di certo il mercato, anche se questo giudizio può apparire un po’ troppo ingeneroso, Il suo amore per le antichità fu genuino, difatti diventò il più grande collezionista della sua epoca.
Un ruolo molto importante nella “Fabbrica degli scavi” lo ebbe la sua seconda moglie Alessandrina De Bleschamps, che tra l’altro ebbe il merito di inoltrare la domanda di scavo alla santa sede subito dopo la scoperta fatta nella primavera del 1828, il marito si trovava a Senigallia dove aveva un osservatorio astronomico (l’astronomia era un’altra delle passioni del principe).
Dopo la scomparsa del marito, piuttosto che ritirarsi nel lutto per la prematura perdita del consorte, si rimboccò le maniche, presa decisamente in mano la situazione, pensò bene di continuare l’opera di scavo e di non lasciarsi sfuggire tanta abbondanza.
Si faceva chiamare da tutti semplicemente “la Principessa”  e  gestì la fabbrica degli scavi con un mix di imprenditoria e disciplina ferrea, cercando di arrivare al maggior profitto possibile.


Ritratto di Alessandrina De Dleschamp.

Lo studioso inglese Dennis visitò Vulci nel 1842, il principe Luciano era morto da due anni ed il comando delle operazioni era stato preso dalla principessa Alessandrina, il Dennis fu anche testimone dei metodi decisamente spicci con i quali la principessa da autentica predatrice portava avanti i lavori sulla “fabbrica”: una squadra di scavatori lavorava duramente sotto la sorveglianza armata di uno sgherro munito di fucile, pronto a sparare nella pur improbabile ipotesi che qualche pezzo venisse trafugato.
La tomba veniva aperta e rapidamente perlustrata; ogni frammento dipinto era raccolto e riposto accuratamente in una cesta; tutto il rimanente  vasellame veniva accuratamente distrutto e triturato, dopodiché la tomba veniva di nuovo chiusa e interrata, e si passava alla successiva.
Il Dennis, colpito da tanta efferata insensibilità nei confronti dei reperti “minori” , chiese al “capoccia” che dirigeva i lavori di poter portare con sé almeno uno di quei vasetti di nessun valore destinati alla distruzione, ma si sentì rispondere che era  tassativamente vietato su ordine della Principessa e che nessuno di quei reperti venisse risparmiato.
Al punto che lo studioso lasciò Vulci senza portare con sé neanche un souvenir!
Prima di andarsene il Dennis  si recò in visita al Castello di Musignano, residenza della famiglia Bonaparte, dove venne accolto dal genero della principessa, anche lui evidentemente coinvolto nell’impresa di famiglia: qui la catena di montaggio della fabbrica degli scavi aveva la sua fase finale.
La casa e il giardino erano infatti letteralmente invasi da una gran quantità di reperti alla rinfusa. Dennis poté constatare le serie dei vasi pronti per essere esportati ed immessi sul mercato ed un restauratore che stava lavorando alla  ricomposizione dei frammenti.
La principessa non si lasciò ammaliare completamente dalle sirene della ricchezza archeologica e mantenne la produzione agricola, difatti gli scavi venivano effettuati nelle pause dei lavori agricoli (dall’autunno alla primavera), le tombe venivano quindi accuratamente rinterrate per non compromettere la coltivazione dei fondi, mantenendo così i frutti della terra attività tradizionale uniti ai frutti delle ricchezze della terra sotterranee per l’appunto la grande quantità di reperti che si trovavano nel suo fondo: era una donna molto pratica!
La principessa spremette Vulci come un limone, amava presentarsi in pubblico indossando preziose parure di gioielli etruschi trafugati dalle tombe.

Particolare dell'area archeologica di Vulci

Particolare dell’area archeologica di Vulci

Nessuno può dire con esattezza quante tombe abbia violato, moltissime sono state dimenticate, non si sa nemmeno con certezza di quanti reperti si sia impossessata realmente  e di quanti siano stati deliberatamente distrutti.
La collezione dei Bonaparte una volta “spremuta come un limone Vulci” venne venduta ai Torlonia che nel 1857 finanziarono la campagna di scavi guidata dall’archeologo fiorentino Alessandro François  che porterà alla scoperta della celebre tomba François.    .
In molti  musei archeologici di tutto il mondo possiamo ammirare pezzi provenienti da Vulci,tra i quali: Il Louvre di Parigi, il British Museum di Londra, l’Antikensammlung di Berlino ed  Metropolitan museum di New York .
Anche se è stato denominato “il principe tombarolo” ed ha ricavato numerose ricchezze dal commercio di reperti antichi, non si può negare il merito a Luciano Bonaparte di aver reso celebre Vulci e l’intera Tuscia  in tutto il mondo.


Anfora attica a figure rosse con scene di lotta
Berlino Antikensammlung.

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Treppiede in bronzo,
Ercole, Era e due satiri
(British Museum di Londra)

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Askos, Leone
(British Museum di Londra)

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