Ponte della Badia
Ponte della Badia

Il Parco di Vulci tra archeologia e natura

Il Parco Naturalistico Archeologico di Vulci può essere perfettamente considerato come un perfetto esempio di fusione tra  spettacolare natura incontaminata e archeologia, con numerosi reperti di grande importanza storica. Non mancano quindi i motivi per tuffarsi tra le meraviglie di questa stupenda località  

L’area è situata nei territori comunali di Montalto di Castro e Canino nel nord della provincia di Viterbo, vicino il confine con la Toscana.
All’interno del Parco,  in un terreno pianeggiante e incontaminato, si possono ammirare gli scavi archeologici dell’antica città etrusca di Velcha (nome etrusco di Vulci). Vi sono situate inoltre ben 6 necropoli etrusche di cui la più famosa è la necropoli del Ponte Rotto dove sono allocate importanti tombe etrusche, tra cui le celebri Tomba François, la Tomba delle Iscrizioni ed il Tumulo della Cuccumella.
È possibile scoprire tutte le meraviglie del Parco, i suoi paesaggi mozzafiato, la sua vegetazione e la Storia dei millenni passati, facendo escursioni in appositi percorsi guidati. Si va dal più breve di 1,5 km circa al percorso completo di oltre 3,5 Km, che permette di visitare tutti gli scavi e di concedersi una sosta in totale quiete presso il Laghetto del Pellicone, dove il fiume Fiora forma uno specchio d’acqua con una graziosa cascata.
Non distante dal Parco sorge il Castello dell’Abbadia dove vi ha sede il Museo Nazionale Archeologico di Vulci, all’interno del quale sono esposti numerosi reperti rinvenuti durante le differenti campagne di scavo sul territorio di Vulci.
Da qui  e in modo particolare dall’antico Ponte dell’Abbadia, detto anche Ponte del Diavolo,  si può godere di una splendida vista sul territorio circostante, segnato dal passaggio del fiume Fiora. Il corso d’acqua con il passare dei secoli ha scolpito la roccia vulcanica tipica della Tuscia e ha dato vita ad una gola che si scorge proprio al di sotto del ponte.

Panorama del Parco di vulci con in primo piano il Ponte dell’Abbadia o Badia ed il Castello

L’antica città di Vulci

La Vulci antica è situata nei territori dei comuni di Canino e di Montalto di Castro,  nella Maremma laziale, zona che oggi fa parte del parco archeologico e naturalistico di Vulci .
La città sorgeva su un pianoro tufaceo di circa 120 ettari poco distante dalla costa tirrenica ed era lambita dal fiume Fiora.
Fu una delle più grandi città-stato dell’Etruria, con un forte sviluppo marinaro e commerciale. Grazie all’importante porto commerciale di Regisvilla affluivano dalla Grecia e dalle regioni orientali del Mediterraneo splendidi oggetti che le ricerche archeologiche che si sono susseguite nel corso di oltre due secoli hanno permesso di riportare alla luce.
Vulci era nota inoltre per l’artigianato e per l’agricoltura, i cui prodotti venivano commerciati nel già citato porto di Regisvilla.
La città era già attiva nell’VIII secolo a.C. e successivamente, nel VII e VI secolo a.C,  si espanse a discapito dei  territori circostanti prendendone il controllo.
Nel VI secolo a.C. l’artigianato locale, rafforzato dalla presenza di manodopera greca, avviò  una produzione di ceramiche e  sculture, con bronzi di ottima fattura, che raggiunsero i mercati di tutta l’area mediterranea. Dopo la crisi del V secolo a.C. che non colpì gravemente Vulci, l’inizio del secolo successivo portò all’edificazione di nuove opere pubbliche come le mura difensive  e di un tempio etrusco rinvenuto nell ’area urbana.
Nella seconda metà del IV secolo a.C. Vulci cominciò a sentire il peso dell’espansionismo della futura dominatrice del Mediterraneo: Roma.
La lotta per rimanere indipendente terminò nel 280 a.C. quando, sconfitta, venne costretta a cedere a Roma gran parte dei propri territori, tra cui la fascia costiera.
Perduta oramai la propria autonomia la città decadde rapidamente fino a scomparire del tutto.
Nel sito della vecchia città è possibile vedere i resti di una villa risalente al I secolo a.C., un  tratto di una strada romana, le fondamenta di un tempio etrusco ed i resti di due porte delle mura cittadine, nelle vicinanze di una delle due porte  è possibile ammirare  l’ acquedotto romano dal quale si può accedere dall’area archeologica.
Qui si trovano il Foro Romano e il Tempio Grande vi è inoltre un arco romano  dedicato a Publio Sulpicio  Mundo, senatore romano vissuto tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C.
Altri elementi degni di nota lungo il percorso sono il Sacello di Ercole (piccolo luogo di culto rettangolare,  tuttora all’interno vi è una base in nenfro dove poggiava una statua di Ercole oggi conservata al Museo Archeologico del Castello dell’Abbadia), le terme e infine la Domus con i tipici pavimenti a mosaico ed  ambienti sotterranei di particolare interesse.
Inoltre molti  altri reperti rinvenuti durante le numerose campagne di scavo sono allocati sopracitato Castello dell’Abbadia, dove ha sede il museo nazionale archeologico di Vulci.

Rovine dell’antica città di Vulci veduta della strada romana

Le necropoli

All ’interno del parco vi sono sei necropoli: la necropoli di Poggio Maremma, la Necropoli dell’Osteria (anche con reperti Villanoviana),la Lecropoli di Cava Lupo (appartenente anche all’epoca villanoviana) e  la Necropoli della Polledrara, la necropoli di Ponte Sodo e la necropoli di Ponte rotto.
La necropoli con gli elementi archeologici più interessanti e l’area meglio visitabile) è senza dubbio la Necropoli del Ponte Rotto, in cui possiamo trovare  venti tombe, tra le più famose abbiamo:  Tomba della Cuccumella e la Tomba della Cuccumelletta, la Tomba Francois e la Tomba delle Iscrizioni.
La tomba della Cuccumella è una delle più grandi tombe a tumulo della Tuscia le sue dimensioni sono di oltre 65 metri di diametro per 18 metri di altezza, Il tamburo  (l’anello di base al tumulo che soregge la terra su cui si erge una specie di cupola caratteristica delle tombe a tumolo) è realizzato in lastre di nenfro infisse nel tufo.
Sopra queste lastre si trovano altri lastroni di tufo più piccoli che svolgono una funzione di contenimento del terreno.
Una particolarità di questa tomba è la presenza dei ruderi di due torri una conica e l’altra rettangolare la cui funzione è a tutt’oggi ignota, si può solamente ipotizzare che furono costruite come base per grandi bracieri o per statue.
La tomba non può essere visitata e, nota curiosa, vi è una leggenda che la Cuccumella celi al suo interno ricchi tesori, ma nessuno è mai riuscito a trovarli.
La Tomba della Cuccumelletta ha una struttura simile ma è decisamente più piccola della precedente. Anche questa tomba non è visitabile e tuttora verte nello stato di scavo anche se verte in uno stato di apparente abbandono.

Tomba della Cuccumella veduta esterna.

L’ipogeo di Vel Saties chiamata anche tomba di François  in onore dell’archeologo e funzionario fiorentino Alessandro François  che la scoprì durante una campagna di scavi nell’aprile del 1857.
La tomba ha una struttura a camera ed è formata da sette camere raccolte attorno a un atrio e ad un tablino (grande stanza centrale) in un ipogeo scavato nella siltite.
Nel 1855 il Principe Torlonia aveva  acquistato  dalla Principessa Alexandrine vedova del Principe di Canino Luciano Bonaparte tutta l’area di Vulci e pensò di affidare ad Alessandro Francois l’esplorazione della necropoli ad est del Fiora (oltre a quella di Cerveteri).
Il risultato di questa campagna di scavo fu la scoperta di una delle tombe a camera più importanti dell’intera Etruria.
Per comprendere meglio la grandezza di questa scoperta citiamo testualmente le parole annotate dal suo scopritore nel 1857:

“Quando l’ultimo colpo di piccone atterrò la pietra che chiudeva l’entrata della cripta, la luce delle torce rischiarò le volte di una funebre dimora, il cui silenzio da più di venti secoli nessuno aveva turbato.
Ogni cosa laggiù si trovava nello stesso stato in cui era stata disposta il giorno nel quale era stata chiusa l’entrata.
L’antica Etruria vi si rivelava in tutto il suo splendore.
Un’intera civiltà sorgeva, quasi fantastica visione, da un sepolcreto. C’era da restare abbagliati.
La stessa Pompei non aveva offerto uno spettacolo così imponente.
Coricati sulle loro bare i vecchi guerrieri etruschi colle loro armi indosso, sembravano riposarsi dalle fatiche di una battaglia allora allora guadagnata sopra i Romani o i Galli.
Forme, vestiti, stoffe, colori, furono per alcuni minuti visibili; poscia a misura che l’aria della campagna penetrava nella cripta, tutto sparve”.
Alessandro François, Vulci 1857

La particolarità di questa tomba  sta nel fatto che  non vi sono affreschi sul tenebroso aldilà  etrusco, sulla vita comune degli Etruschi o su storie oniriche, nella tomba dei Saties si trovarono invece affreschi della storia etrusco romana (come la liberazione di Celio Vibenna) e della storia greca omerica risalenti fino alla guerra di Troia (come il sacrificio da parte di Achille dei prigionieri troiani in onore a Patroclo). Questa tomba è sicuramente una delle massime espressioni della pittura etrusca; il sepolcro appartenne alla famiglia etrusca dei Saties di Vulci, una delle più grandi famiglie aristocratiche della città. La tomba François  nei i suoi affreschi  contrappone temi troiani a temi di storia eroica vulcente all’interno di un contesto volutamente anti romano, questo fa dedurre che il pittore fosse di scuola ellenista; da alcuni episodi riguardanti la storia etrusca come la storia della liberazione di Celio Vibenna che è un episodio realmente accaduto durante la metà del VI secolo a.C. ci permette di dare una datazione in modo abbastanza preciso alla costruzione della tomba al V secolo a.C. ovvero nel periodo di maggiore splendore della città di Vulci.
Attualmente la tomba  è visitabile rivolgendosi presso la biglietteria del Parco Naturalistico ed Archeologico di Vulci. Il nome Pomponio compare in un’iscrizione dell’ultima camera, ma non ci sono pervenute significative informazioni fino ad oggi e non si sa realmente chi fosse.
Il ciclo di affreschi, staccato dalle pareti e suddiviso in pannelli, venne trasportato nel 1863 a Roma, presso Villa Albani, su ordine del principe Torlonia, dove tuttora è conservato e dove la villa è visitabile solo attraverso prenotazione.
Ironia del destino Alessandro François scopritore della tomba morì di lì a poco nello stesso 1857 :la “maledizione dei Saties” ha colpito!



Tomba François veduta dell’interno


Villa Albani-Torlonia di Roma: è qui che nel 1863 furono portati gli affreschi della Tomba Francois

Sempre nella necropoli del Ponte rotto vi è la Tomba delle Iscrizioni che prende ovviamente il nome dalle varie iscrizioni che vi si trovano all’ interno le iscrizioni che in totale sono 23, più precisamente 17 etrusche e 6 romane.
La tomba di tipologia a camera, è  situata all’inizio della necropoli del Ponte Rotto ed è composta da un ampio atrio con sei camere sepolcrali.
Le iscrizioni sono presenti e  visibili un po’ ovunque specie nell’atrio centrale e negli ingressi delle sei camere sepolcrali di cui è composta la tomba.


Particolare interno della tomba delle Iscrizioni

Il Castello ed il Ponte dell’Abbadia o Badia

Il Castello, in origine, era un’abbazia benedettina (da cui il nome) eretta intorno al secolo VIII  dedicata a San Mamiliano: la sua posizione strategica nella zona tra Stato Pontificio e Granducato di Toscana e l’importante arteria su cui si erge tutt’ora il Ponte dell’Abbadia (detto Ponte del Diavolo), rendevano l’edificio conteso e appetibile.
Infatti, dal XII secolo in poi, gli Aldobrandeschi, Orvieto e i Prefetti di Vico se lo contesero aspramente modificandone l’aspetto e divenne un castello fortificato di forma trapezoidale e con una slanciata  torre di vedetta.
Nel 1430 divenne feudo della famiglia Farnese,  1513 il cardinale Alessandro Farnese, futuro papa Paolo III, lo ebbe in vitalizio e vi alloggiava con piacere quando gli impegni di lavoro glie lo consentivano.
Nel corso di questo periodo la struttura del maniero subì diverse modifiche sia all’interno che all’esterno, l’aspetto attuale del castello è dovuto ai rifacimenti attuati proprio dal futuro pontefice i questo periodo.
Nel 1537 l’Abbadia venne inglobata nel Ducato di Castro che il Papa Farnese aveva  costituito per il figlio Pier Luigi, dopo la distruzione della capitale del  ducato di Castro rientrò nello Stato Pontificio  nel 1649.
Nel periodo napoleonico il maniero venne assegnato a Luciano Bonaparte, fratello dell’imperatore Napoleone, che era stato insignito del titolo di principe di Canino dl pontefice Leone XII.
Successivamente divenne possedimento dei Torlonia, ma nel corso dell’Ottocento, vista la sua posizione decisiva torno sotto il controllo dello stato della Chiesa che lo adibì a dogana pontificia.
Dopo anni di incuria; e proprio in questo periodo verso la fine del XIX secolo lo scrittore inglese D.H Lawrence  visitò il castello ed il ponte e descrisse il sito con queste parole:

“A ridosso del ponte, da questa parte, è la nera costruzione del castello rovinato, con l’erba che spunta dall’orlo dei muri e dalla nera torre. Come il ponte è costruito con blocchi di tufo spugnoso, bruno-rossiccio, ma molto più quadrati. E c’è all’interno un vuoto tutto speciale, Il castello non è interamente in rovina, è una specie di casa rurale”.
Il complesso fu incamerato dallo Stato italiano e diventò la sede del Museo Archeologico Nazionale di Vulci, dove sono esposti moltissimi reperti etruschi rinvenuti nel corso delle campagne di scavo a Vulci. Vi sono inoltre reperti di origine villanoviana e di epoca romana:  i ritrovamenti esposti  fanno del Castello di Vulci uno dei più importanti musei archeologici d’ Italia.
Il Ponte della Badia svetta con i suoi circa 30 metri di altezza sopra il fiume Fiora,
vi si accede dal castello, ma le sue origini sono ben più antiche, difatti si presume che siano etrusche se non addirittura villanoviane.

Ponte della Badia

Ponte della Badia

Di certo sono etrusche le parti in tufo rosso, mentre sono di epoca romana repubblicana i piloni (poi decisamente ricostruiti nel corso del tempo).
La struttura attuale, su tre archi di cui il maggiore ha una luce di circa 20 metri, viene attribuita al periodo dell’impero Romano, ben più recente invece il selciato, che è stata opera del secolo scorso. Il già citato Ponte della Badia è noto anche con il nome di Ponte del Diavolo, in quanto secondo una vecchia leggenda solo il Diavolo poteva realizzare un ponte così alto e con un’arcata così ampia!
Il paesaggio del parco è segnato dalla gola scavata dal fiume Fiora che scorre impetuoso sotto il ponte, formando delle rapide ed una piccola cascata. In questa parte il fiume forma uno specchio d’acqua: si tratta del già menzionato Lago del Pellicone. Superato questo tratto, il  fiume prosegue il suo corso in maniera più lenta.
Tra la fauna del parco (che è quella tipica della macchia mediterranea) vi sono i cavalli selvaggi di razza maremmana e i caratteristici bovini maremmani dalle lunghe corna che pascolano allo stato brado, dando così un tocco di “vecchia maremma” che rende un po’ vintage, ma assolutamente  più piacevole la visita al parco.
Tra gli eventi che  si svolgono nel parco da segnalare il Vulci Music Fest che da anni ha luogo durante i mesi di luglio-agosto, ospitando ogni anno concerti di stelle della musica italiana ed internazionale. Inoltre nell’ultima decade del mese di ottobre si svolge un raduno equestre con passeggiata a cavallo all’interno del parco.
Vulci un luogo dove la natura sposa la storia in maniera indissolubile.

 


Castello dell’Abbadia o Badia visto dal lato opposto del ponte

 


Laghetto di Pellicone con sullo sfondo la piccola cascata

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