Parco Torre di Lavello, il non-monumento più bello di Tuscania

Ogni città ha un luogo particolare che costituisce il suo cuore metaforico. Non necessariamente questo luogo è il monumento che identifica la città stessa agli occhi del mondo, ma è lo spazio dove gli abitanti “respirano” più a fondo l’essenza stessa del proprio paese. Penso alla Rambla di Barcellona, a Piazza del Campo a Siena e ai lungomare di tante città costiere, soprattutto del sud Italia. Gli esempi sono innumerevoli e, tranne in alcuni casi, non esiste una “ricetta perfetta” per individuare questi luoghi perché cambia, muta a secondo delle attitudini individuali, della storia e della particolare geografia delle città. Nelle grandi metropoli in particolare, forse esiste un numero più alto di questi posti, ma come non identificare Londra, con Times Square, o New York con la Fifth Avenue, o ancora Parigi con l’Avenue des Champs-Élysées? Non sono solo “monumenti” come il Big Ben, la Statua della Libertà, o la Tour Eiffel, sono aree, piazze, strade dove le persone vivono la propria città e vedono passare la sua storia celebrando le grandi occasioni. Il centro simbolico, “sentimentale” di Tuscania è senza dubbio diventato il Parco Torre di Lavello, un posto che spiega perfettamente le contraddizioni di questa teoria, perché la sua storia è relativamente recente e al suo interno non sono avvenuti e non avvengono i “grandi fatti”, ma i momenti più normali, ma anche i più intimi e straordinari della routine quotidiana dei suoi abitanti.

    (PH Lia Bianchi)

 

 

Prima del terremoto che nel 1971 ha completamente distrutto il paese, la vita tuscanese si svolgeva all’interno del centro storico ed erano le piazze, come quasi tutti i borghi antichi d’Italia, il principale luogo d’aggregazione, di incontro. Poi la ricostruzione in particolare ha portato alla nascita di nuove aree urbane che hanno spostato il baricentro della città fuori le mura. Dopo il ’71, a causa del bisogno di sostenere le famiglie colpite dal sisma, addirittura è stato costruito ex novo un quartiere intero conosciuto come “la Gescal”, un’opera considerata all’avanguardia per l’epoca, ma che attualmente è l’emblema della periferia di Tuscania anche se continuano a nascere molte altre zone fuori le mura. Questo spostamento “rapido” del baricentro, iniziato dal dopoguerra, proseguito negli anni del boom e che, come detto, ha avuto una fortissima accelerazione a causa della ricostruzione avvenuta dopo il terremoto, ha messo Viale Trieste al centro della città e forse, ancora oggi, dovrebbe essere proprio questa strada, conosciuta come “fuoriporta”, il cuore di Tuscania, ma non è così.

 

(PH Daniele Pintus)

 

In Viale Trieste si svolgono il mercato cittadino del venerdì, la fiera agricola di maggio e praticamente tutte le manifestazioni folkloristiche. Anche la “passeggiata” domenicale delle famiglie è “fuoriporta”, ma se chiedete ai tuscanesi quale è il luogo più bello e significativo del loro paese tutti, o quasi, vi risponderanno semplicemente “il parco”. Non è un monumento, ma la veduta che offre della vallata del fiume Marta è assolutamente unica e riunisce in un colpo solo le due basiliche romaniche di San Pietro e Santa Maria Maggiore e il Rivellino, il castello che rappresentava l’antico comune fortificato della città.  Dall’interno dell’arco dell’orologio, basta cercare la sagoma mutilata della Torre ed entrando dalla porta principale del parco, quella situata alla fine di Via Roma (il “corso” di Tuscania), è proprio San Pietro a sbucare per primo dietro la fontana. L’impatto visivo, soprattutto di notte, quando la chiesa è completamente illuminata, è veramente suggestivo. Dato che si trova sul lato opposto, non si può vedere la facciata con il suo splendido rosone bianco, ma le sue pensanti architetture arroccate sul colle lasciano spazio a fantasie e profondi echi del passato. Alla sinistra del colle, il rudere del Rivellino, con le sue torri diroccate e i merli acuti arrampicati sulle mura che si distendono verso il fiume.  Addentrandosi sull’erba verde del prato, in basso si nota Santa Maria ed in alto, sull’estrema sinistra, vicino alle luci del campo sportivo, si intravedono gli alberi che circondano la Tomba della Regina, qualcosa di più complesso di una semplice tomba etrusca, probabilmente più genericamente un sito religioso, utilizzato nel corso dei secoli come area sepolcrale.

 

(PH Luca Laici)

 

E’ impossibile e forse stupido, provare a descrivere con precisione la veduta del parco, ognuno ha un suo modo di vederlo, una stagione e persino un’ora preferita in cui visitarlo. Personalmente preferisco sdraiarmi sull’erba a guardare le stelle nelle notti d’estate, o sedermi sulla panchina nascosta dagli alberi sulla sinistra a primavera, quando le giornate cominciano ad allungarsi, ma molte persone vengono all’alba, altre nelle domeniche di sole. Da quella panchina, inizia una discesa sulla quale i bambini fanno le capriole e più in basso, verso la piazza del Comune (Piazza Basile), c’è un posto più nascosto, dove i ragazzi e le ragazze adolescenti vanno a baciarsi. Lo so, sembra una descrizione un po’ troppo idilliaca, alla Prevért, ma questo parco è il nostro Luxembourg ed ogni tuscanese, anche se può essere arrabbiato per il traffico, o per le buche sulle strade, o per un incrocio troppo pericoloso, adora il parco. Qualsiasi persona, dal più raffinato e sensibile, fino al più rozzo ed emotivamente stitico dei bulli, almeno una volta è rimasto incantato dalla sua bellezza. Vanno al parco quelli del PD, i grillini, i leghisti e gli anarchici. Ci va chi frequenta i bar fighetti e chi beve ai bar dello sport. E’ un posto per i neofascisti, gli intellettuali, gli stupidi e senza dubbio, per tutti i rivoluzionari delusi. Per questo, a Tuscania, è veramente di tutti. E’ il luogo dove le mamme portano a spasso i bambini e i turisti americani vengono a giocare a frisbee e mangiare la pizza. Qui, le amiche si danno appuntamento per scambiarsi i segreti più intimi e per scrivere i nomi degli innamorati con il gessetto. Nei giorni di tristezza si viene a passeggiare, o si siede sulle panchine per pensare a cosa non va della propria vita, o semplicemente si lascia scivolare dolcemente via la malinconia, guardando i gatti e le cornacchie che sono i suoi autentici custodi. Sull’erba, o contro il bilico del muro di tufo, vengono scambiate le promesse di matrimonio e le spose si fanno fotografare vestite con lunghi strascichi bianchi adagiate sul verde. Proprio le fotografie hanno dato a questo luogo una nuova giovinezza. Perché, tutti, ma proprio tutti, fotografano il parco, i professionisti, gli artisti, ma anche chi ha preso in mano per la prima volta un telefonino con una fotocamera decente. Torre di Lavello, a Tuscania, non sarà il luogo più frequentato, ma di certo è l’autentica superstar di Istagram ed è ovunque nei social network, o tra gli scaffali, magari in vecchi album scoloriti come ricordo di un pomeriggio di qualche anno fa.

 

 

(PH Alice Bartolacci)

 

Per quanto mi riguarda anche se l’ho rappresentato come qualcosa di “visivo”, non è un’immagine, ma un silenzio. E’ sempre silenzioso il “mio” parco, anche se fuori c’è un casino infernale e i ragazzini gridano dietro ad un pallone che rimbalza sordo con il caratteristico rimbombo della “buca”. Per me, al parco, non c’è mai confusione ed è sempre tutto bello e l’erba è sempre perfettamente tagliata e le persone, alla fine, non la pensano così diversamente davanti a qualcosa di bello. Perché ogni città ha un suo luogo particolare, un cuore fatto di vie, piazze e alberi, ma anche di ricordi, baci rubati, momenti meravigliosamente banali e perdite incolmabili. Sugli scalini di un’antica chiesa, in un bar di periferia, o in uno splendido giardino, ogni giorno costruiamo quasi senza accorgercene cose complesse. Sono i nostri luoghi dell’immaginazione che ciascuno inventa, dentro di se, a modo suo.

Stefano Mattei

 

 

(PH Luca Mancini “Una passeggiata al parco” e foto di copertina)

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