L’Italia è un Paese straordinario. Incontro a tavola con il pittore e poeta tuscanese Massimo Lippi

  1. Un giorno come tanti il sole era luminoso e caldo e la primaverile aria di maggio accarezzava i miei pensieri, alquanto assorti, su quelle che sono le più svariate e rutinarie preoccupazioni della quotidianità. Da pochissimo tempo mi trovavo alle prese con il mio nuovo lavoro: da bancario e la scarsa esperienza nel mestiere creava in me una certa apprensione per la gestione del presente, seppur accanto a una fervida speranza per il futuro. Mi trovavo, in quel giorno, a prestare servizio presso la filiale di Tuscania per una sostituzione.

Era la pausa pranzo e decidevo di abbandonare per un attimo le mie eccessive preoccupazioni in merito alle novità che stavo affrontando nella mia vita.  Seduto al fresco, all’ombra della pergola della trattoria di Alfreda, avevo appena chiesto alla signora Teresa di portarmi una “cacio e pepe” e i miei pensieri, dolcemente, si abbandonavano ad un sorso di vino rosso.

Avanti a me la Torre di Lavello. Con la sua storia, le sue suggestioni, i suoi secoli. In quella torre tutta la maestosa baldanza di Agnolo da Lavello, che seppe render grande Toscanella. Vi impiantò un suo feudo a cavallo tra il 1300 e il 1400. Compagno di Ventura e audace condottiero Agnolo ricorda, a noi scarsi geografi che, dopotutto, la Basilicata esiste ed un pezzettino di Potenza ha contribuito, nella storia, a creare grande Tuscania.

Mentre i miei pensieri cercavano di staccarsi dalla concretezza del presente, ecco avvicinarsi al mio tavolo un signore che definirei distinto, ma era forse più eccentrico che elegantemente vestito. La signora Teresa chiedeva timidamente intanto, se l’uomo potesse accomodarsi al tavolo con me e, forse per invitarmi ad acconsentire, si affrettava a specificare: “È un poeta di sicuro non vi annoierete”.

L’uomo, inarcando le sopracciglia, che facevano quasi da cornice ad una folta barba pepe e sale, precisava a bassa voce: “per la verità sono anche un pittore”. A quel punto il mio cuore mi suggerì che il genere umano sa essere anche piacevolmente interessante e che, dopotutto, non vi era nulla di meglio che dividere il pane con un estraneo dalla folta barba pepe e sale. “Accomodatevi – invitai così l’uomo a sedersi – dove siete diretto e da dove venite?”. Questa è una classica domanda che si fa per rompere il ghiaccio, tanto stupida e scontata, quanto dannatamente efficace.

In realtà in questi casi  sarebbe molto più sensato chiedere “Chi sei?”. Di sicuro è molto più difficile, per qualcuno, rispondere alla domanda su chi è, piuttosto che da dove viene o dove è diretto. Tutti noi sappiamo, più o meno, da dove veniamo e, in rarissimi casi, sappiamo pure dove stiamo andando ma quasi mai, sappiamo chi siamo.

Non era il caso di Massimo Lippi, egli sapeva esattamente di essere un pittore e un poeta. Amico del grande artista Giuseppe Cesetti. Massimo mi parlò così della sua vita, dei suoi figli e di come l’amicizia con Cesetti avesse in lui ampliato la percezione della pittura o meglio, di cosa la pittura avrebbe potuto rappresentare nella sua vita. Quanto di più bello esiste nella vita di un uomo, e che oggi è purtroppo sempre più difficile avere la fortuna di trovare, è la figura di un maestro. Il maestro insegna il mestiere, il maestro è la trasposizione  di quella filosofia nata con il “secolo dei Lumi” che restituisce all’uomo un ruolo centrale con l’operato che imprime nel mondo attraverso l’esperienza. Cosa sarebbe stato Van Gogh se non avesse avuto Rembrandt? Sicuramente sarebbe stato comunque un grande pittore, ma non avrebbe avuto l’occasione di “essere l’allievo che supera il maestro”. Quest’ultimo aspetto è secondo me fondamentale imprimere le orme del proprie passaggio sul corso della Storia.

Il maestro è colui che ti raffina l’arte. Il maestro rappresenta quel punto di riferimento da raggiungere, che ci spinge a lavorare sodo, così sodo che ci accorgiamo di averlo raggiunto solo dopo che lo abbiamo superato. La figura del maestro manca alle nostre generazioni. I tempi contemporanei chiedono esperienza, titoli, capacità, ma non hanno il piacere di pensare che trasmetterle è il miglior sistema per ottenerle ed evolverle. Il maestro, infatti, trasferendo all’allievo la propria arte e perizia, insegna prima di tutti a se stesso ed evolve, così, in una figura spirituale e quasi trascendentale.

Massimo Lippi ebbe in Cesetti il suo maestro spirituale che raffinò la sua attitudine alla pittura. Quanto alla poesia, pare che il buon Lippi l’avesse innata e che scaturisse lui direttamente dall’amore che provava per la pittura. Giuseppe Cesetti nacque a Tuscania nel 1902, da una famiglia di agricoltori e, amando il viaggio e l’arte, semplicemente iniziò giovanissimo a viaggiare per l’Italia e, successivamente, a trasferire le proprie esperienze in immagini. Creando meravigliosi quadri.

Quando incontrò il nostro Massimo lo guardò negli occhi e gli disse: “Tu sei bravo” e fu così che il nostro Massimo iniziò a seguirlo e qui sta il fascino del rapporto con il maestro. Il maestro insegna all’allievo quando questo, vivendo a contatto con lui, ne assorbe lo stile di vita. L’allievo apprende non solo e non tanto provando a rifare quello che il maestro mostra lui, ma vivendo quasi in simbiosi con il suo mentore.

Mentre si parlava, seduti al tavolo, io assieme a Massimo Lippi, comprendevo il fascino di vivere una vita in formazione continua con qualcuno che fosse un punto di riferimento, esterno alla famiglia, e in perfetta armonia con l’obiettivo di diventare bravi in qualcosa. Mentre terminavamo il nostro pranzo parlavo a Massimo della mia passione per il giornalismo e in quel momento la signora Teresa si accostava ad un tavolo dove sedevano due meravigliose turiste tedesche. I capelli biondi, la pelle vellutata e le forme semplicemente perfette, in tutte le loro umane e naturali imperfezioni.

La signora Teresa, cercando di sovrastare il gracchiare dei corvi che, pittorescamente dipingevano armonici archi attorno alla sommità della torre di Lavello, chiese alle due giovani donne: “Prendete qualcos’altro?” È evidente che le due non comprendessero l’Italiano, ancor meno l’accento tuscanese. La signora Teresa ripeté ancora, questa volta aiutandosi con i gesti. “Prendete qualcos’altro?” Le due giovani, forse abituate a ben altri locali, risposero di volere un dessert e cosa offrisse il menù. Teresa, più o meno intuendo ciò che le donne volessero sapere, rispose: “Biscottini”. Le due giovani turiste si guardarono attonite, non avevano capito. Scoppiarono a ridere. Teresa si voltò e se ne andò.

Poco dopo Teresa tornò con un fiaschetto di vino dolce e un cestino pieno di tozzetti e ciambelline al vino. Ora le giovani donne non ridacchiavano. Magnavano. I miei occhi tornarono sul volto di Massimo e sulla sua barba pepe e sale. La scena, il contesto, l’accaduto, erano già divenute un meraviglioso quadro nella sua mente d’artista. Egli aveva compreso che io avevo visto, sul suo volto, in anteprima, quello che sarebbe stato il suo ultimo dipinto. Mi sorrise e mi disse: “Secondo me te non sei bravo, e non solo come giornalista. Secondo me te dovresti scrivere un romanzo, sai sicuramente scrivere di tutto. Perché non lo fai? Fallo!”. Io sorrisi, lo ringraziai e pensai che l’italia, dopo tutto, è un Paese straordinario.

Massimo Lippi, pittore e poeta tuscanese

Massimo Lippi, pittore e poeta tuscanese

 

 

 

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