La questione etrusca: cosa rimane alzando il velo del mito

Gli Etruschi sono stati una delle civiltà più importanti d’Europa e gli antesignani e maestri, insieme ai Greci, degli Antichi Romani: questa attenzione, unita al fatto che in genere non è arrivata a noi una letteratura degna di nota se non per le celebri incisioni funerarie e a una lingua che si distacca radicalmente da tutte quelle dei popoli vicini, è sorta una vera e propria questione etrusca, che però spesso è stata mitizzata e ingigantita. Sulla base delle certezze storiche di cui si dispongono, si cerca di sollevare il polverone del mito per arrivare a quelle che sembrano essere le certezze con la tesi che il quadro complessivo, pur non essendo completo, è più esaustivo di quanto spesso si crede e ha qualcosa da dirci che ci riguarda da vicino

Il nocciolo di questa questione è appunto la natura isolata della lingua etrusca, che non appartiene alle lingue italiche e appare differente dalle altre lingue europee. Inoltre, con l’annessione a Roma, l’Etrusco è stato sommerso dal Latino, pur avendo lasciato in eredità diversi termini.

Le attestazioni della lingua etrusca in realtà non sono poche: si tratta di un corpus di ben 10 mila iscrizioni, anche se perlopiù brevi e inerenti alle celebri necropoli. La testimonianza linguistica più estesa è il Liber Linteus, un drappo di lino che avvolgeva un corpo mummificato di una donna egizia verso la fine dell’età tolemaica. Il testo contiene un calendario rituale composto di un totale di 1200 parole. Non si conosce la strada che il manoscritto compie dall’Egitto all’Etruria, ma si può ipotizzare che sia stato trasportato da un mercante etrusco.

Un altro testo importante è la Tegola di Capua, un iscrizione su un grosso coppo, cioè una tegola curva, in terracotta, contenente circa 300 parole. Ancora una volta pare si tratti di un calendario rituale. Nel 1992 venne scoperta la Tavola di Cortona, contenente un documento notarile per la vendita di alcuni terreni.

Il Cippo di Perugia poi è una pietra di confine presenta su due lati una lunga iscrizione lunga 136 parole.

Famosissime sono le Lamine di Pyrgi, datate attorno al 509 a.C.  su un sito situato nell’attuale Santa Marinella a Nord di Roma. Queste contengono la dedica di un tempio alla dea Uni, assimilabile alle greca Era e alla romana Giunone, da parte del governatore della città di Caere, l’attuale Cerveteri. Il ritrovamento è straordinario perché contiene la traduzione del testo in Punico, lingua già decodificata: per questo è stata definita esagerando la Stele di Rosetta, il ritrovato con cui vennero decodificati i geroglifici egizi, della civiltà etrusca.

I linguisti, operando delle comparazioni fonetiche e lessicali, usano raggruppare la maggioranza delle lingue europee e alcune di quelle dell’Asia occidentale, nella grande famiglie delle lingue indoeuropee e l’Etrusco appare estraneo a questa grande raggruppamento. Esistono comunque delle similitudini con lingue indoeuropee come il Greco e il Luvio, un tempo parlato in parte dell’Anatolia. È bene tenere presente che da sempre le lingue si impregnano reciprocamente di influssi con il semplice contatto tra le popolazioni e questo può spiegare molti passaggi lessicali tra una lingua e l’altra e sicuramente gli Etruschi hanno commerciato con i Greci, che erano la popolazione culturalmente più sviluppata, finendo inevitabilmente per influenzare quelle vicine.

Occorre fare chiarezza sul fatto che la lingua etrusca è perfettamente leggibile: l’alfabeto etrusco deriva da quello greco, il primo creato in Europa, appreso nella sua forma arcaica dal contato con i Coloni di Cuma, in Campania. La direzione della lettura è al contrario rispetto a quella attuale: va da destra a sinistra. la punteggiatura venne introdotta a partire dalla metà del VI secolo, accanto alla spaziatura tra le parole.

Da questo relativo isolamento hanno tratto linfa le teorie sull’origine “estera” di questo popolo e le speculazioni sulle origini degli etruschi cercano sostegno proprio dagli studi sul linguaggio. Spesso si cita la versione dello storico greco Erodoto, il quale sostiene che gli Antichi Lidi, in seguito ad una carestia, si divisero in due gruppi: uno rimase in Lidia, regione egra dell’Anatolia e l’altro migrò a Occidente, guidato da Tirreno, approdando in Italia, dando il nome all’omonimo mare. Allo stesso tempo esistono altre teorie diametralmente opposte: quella indigena, che sostiene che si tratta di un popolo originario delle terre che storicamente occupava, e quella che propende per un’origine settentrionale, sostenendo che gli Etruschi invece fossero giunti da Nord attraversando le Alpi. Una versione rafforzata dal  fatto che il Retico, lingua parlata in quella che all’incirca è l’attuale provincia di Bolzano, ovviamente ben prima della sua germanizzazione, presenta delle similitudini con l’Etrusco.

Altri studiosi ritengono invece che i Lidi, gli abitanti della Lidia nominati da Erodoto, siano approdati precedentemente anche in Sardegna, dando origine alla civiltà nuragica. Nel 2003 invece Mario Alinei, docente all’Università di Utrecht, presentò una ricerca con esiti completamente diversi da quelli finora proposti: notando delle similitudini lessicali tra Etrusco e Magiaro avanza l’ipotesi di derivazione dell’Etrusco dalla famiglia linguistica ugro-finnica, che pare essere partita dall’area degli Urali.

Dettaglio di due danzatori dalla Tomba con triclinio denna Necropoli di Monterozzi a Tarquinia

Dettaglio di due danzatori dalla Tomba con triclinio denna Necropoli di Monterozzi a Tarquinia

Un punto di forza della teoria orientale è proprio l’affinità delle arti figurative etrusche con quella di entrambe le sponde egre, quella greca e quella anatolica, già prima dell’espansione coloniale dei Greci. Lo stesso Omero Bordo, il famoso tombarolo tarquinese poi autore di pregiate copie d’autore, propende per questa tesi in virtù dell’affinità tra gli stili artistici. Nel mio viaggio ad Atene, sono rimasto sorpreso nel trovare nel Museo dell’Acropoli, una maschera greca di epoca arcaica che aveva lo stesso “sorriso enigmatico” tipici di alcune raffigurazioni etrusche, si pensi all’Apollo di Veio e al Sarcofago degli Sposi, per citare gli esempi più celebri. Anche il Mago degli Etruschi, il  tombarolo Luigi Perticarari, anch’egli di Tarquinia, giunse a conclusioni simili, osservando che i defunti, nella prima fase della civiltà etrusca, venivano deposti con i piedi in direzione del mare, indicando, nella sua ipotesi, la direzione dell’Anatolia, presunta terra degli avi.

L’arrivo di apporti etnici da Oriente sarebbe in linea con la teoria del Collasso dell’Età del Bronzo, secondo la quale ripetuti cataclismi, gli stessi che forse causarono il declino della civiltà egra, e  portarono a carestie che spinsero gruppi umani del Mediterraneo Orientale a migrare verso Occidente.

Altri studiosi hanno associati gli Etruschi al Pelasgi, mitica popolazione della Grecia, cui fanno riferimento vari autori classici come Erodoto e Tucidite, altri ancora ai Popoli dei Mare, citati da fonti egizie. Si tratta un gruppo di differenti popolazioni mediterranee, che vivevano di saccheggi e che con le loro scorrerie pare furono una delle concause del declino della civiltà egizia.

Con la codificazione del genoma umano, l’analisi del DNA è diventata uno strumento decisivo in molti campi, anche in quello della ricerca storica. Alberto Piazza, aveva già collaborato con luigi Cavalli Sforza, un altro luminare del settore, in degli studi secondo i quali a livello etnico ci sarebbe una sostanziale continuità tra Italia preromana e quella attuale. Su questo solco nel 1993 Piazza analizzò i dati delle popolazioni toscane di Murlo e Volterra, per poi raccogliere dei campioni dalle tombe etrusche per poi confrontarle con quelle di moderne popolazioni (da Nord Italia, Sicilia, Sardegna, Isola di Lemnos in Grecia e Turchia). La ricerca, confermata da uno studio dell’Università di Pavia del 2007, sosterrebbe che il codice genetico esaminato somiglierebbe a quello delle coste egee della Turchia.

Tuttavia uno studio di David Caramelli dell’Università di Firenze sembra andare un’altra direzione, o meglio ampliare il quadro. I suoi studi notano una certa continuità tra gli abitanti del Neolitico e gli Etruschi, che sembra in linea con l’idea di una continuità tra Villanoviani, civiltà inquadrabile nell’Età del Bronzo, appena dopo il Neolitico, e gli Etruschi.  Alcuni studi noterebbero una continuità tra il DNA etrusco e quello dei moderni volterrani, ma la sorpresa arriva notando che i dati raccolti in altre aree della Toscana interrompono la continuità con l’epoca preromana che in altri casi lega Etruschi e Toscani. Questo studio, effettuato nel 2013, rende il puzzle da ricomporre ancora più complesso, proprio, come spesso accade nel campo della ricerca, quando sembrava che si fosse arrivati a una certa chiarezza.

Il problema delle origini ha avuto risalto per tutte queste ragioni e ovviamente per l’importanza capitale che ha avuto questa civiltà sul piano culturale, ma occorre notare che gli studiosi spesso sono divisi e a volte brancolano nel buio sull’origine degli Italici, compresi i Latini, dei Veneti, dei Liguri e di tante altre popolazioni,  anche fuori dai confini italiani.

Alla luce delle analisi fatte sul piano storico, antropologico, linguistico e culturale e considerando che difficilmente si può parlare di una verità data una volta per tutte quando si va a a ritroso nel tempo, chi scrive ritiene che parlare di un’origine di punto in bianco sia fuorviante, mentre il concetto di “formazione” di una civiltà che si è evoluta nel tempo assorbendo più influenze: la civiltà etrusca è sorta in modo originale e autonomo nella sua terra e questo è un elemento non da poco. Questa analisi non esclude nessuna delle teorie: è chiaro che la civiltà villanoviana, nata probabilmente da quelli che poi diventeranno i popoli Italici, ha trovato la sua continuità anche in quella etrusca. Come allo stesso tempo non è da escludere che le influenze riguardo alcuni aspetti culturali e linguistici, un certo gusto estetico, l’arte e il repentino passo in avanti compiuto in poco tempo in ogni aspetto culturale e di organizzazione sociale, possano essere spiegati parzialmente con apporti etnici da oriente da parte di popolazioni più sviluppate.

L’uomo è sempre stato attratto dal mistero e a volte si cede alla tentazione di cercarlo anche quando le cose non sono così tanto oscure. A volte però, come nel caso di questa affascinante civiltà, è bello rendersi conto che con le conoscenze disponibili, è possibile apprezzarla e subire il suo fascino forse ancora più di prima.

Ma quanto degli Etruschi è sopravvissuto fino al giorno d’oggi?

Etruschi tra passato e presente

Etruschi tra passato e presente

Se dal punto di vista etnico e genetico una luce sembra essere stata gettata dalla sintesi di più ricerche, è fondamentale capire quanto di loro a livello culturale vive negli Italiani di oggi. Sicuramente molto, dall’attenzione verso il culto dei morti al saper godere dei piaceri della vita quotidiana come quelli della tavola. Ma qualcos’altro, al di là delle ipocrisie di una società che si crede più libera di quelle che l’hanno preceduta, è andato perduto. Soprattutto, per quanto emerge dal quadro che è giunto fino a noi, per un modo di affrontare l’esistenza volto a vivere in modo il più possibile gioioso anche nelle avversità, vedendo la vita come qualcosa da onorare e celebrare. Questo stride con una visione castigatrice basata sull’abnegazione fine a se stessa e un senso di colpa che sfocia in una sottomissione autoimposta all’autorità, elementi che non sono estranei alla cultura e ai valori cristiani. Forse la “damnatio memoriae”, cioè la cancellazione pressoché totale che ha subito la letteratura etrusca, può essere effettivamente avvenuta a causa di una volontà precisa da parte di chi trovava in tutto questo un ostacolo per l’instaurarsi di un sistema sociale diverso. Si tratta solo di una semplice ipotesi chiaramente, ma una cosa è certa: sarebbe bello riappropriarsi  come società di questa eredità spirituale per godere appieno delle proprie vite. Allora sì che si potrebbe dire che gli Etruschi vivono ancora oggi, perché vivono in noi.

 

 

Bibliografia

A.M. Giuntani. , L. Perticarari, I segreti di un Tombarolo. Il “Mago” degli Etruschi, Rusconi Libri, 1986

R. Cecchelin, Omero: La mia vita con gli Etruschi, Edizioni Mediterranee, 1987

Autori vari, Grande Enciclopedia De Agostini, Istituto Geografico De Agostini 1995-1996

Autori vari, Vivere al tempo degli Etruschi, Sprea Editori, 2018

 

 

 

 

 

 

 

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