Donna Olimpia, nota anche come La Pimpaccia
Donna Olimpia nota anche come La Pimpaccia

Donna Olimpia, la viterbese che tenne in pugno Roma

Interessante figura femminile che dominò nel XVII secolo in Italia, Olimpia Maidalchini fu una donna che visse una vita al massimo e, volendo, in modo estremo. Signora coraggiosa ed emancipata in un’epoca in cui, per una donna, contare in società era quasi impossibile, se non all’ombra di qualche uomo. Una persona arrivista e materialista totalmente votata alla sua fame di potere. Vite come la sua dimostrano che dare per forza una singola etichetta è limitante e fuorviante e guardare una vicenda da più prospettive insegna che una cosa non per forza è la negazione dell’altra.

Partiamo con una certezza: la vita di questa nobildonna è avvincente al punto da poter sembrare uscita dalla penna di un ispirato romanziere e, ripercorrerla nelle tappe fondamentali, è un modo per conoscere gli ambienti dei ceti sociali alti e le dinamiche politiche e sociali in cui essi si muovevano un tempo.

Olimpia Maidalchini, conosciuta semplicemente come Donna Olimpia e chiamata la Pimpaccia dai detrattori, nacque il 26 maggio 1592 a Viterbo, figlia di un funzionario della Guardia Pontificia e di una nobile orvietana.

Il suo carattere indomito si manifestò già da adolescente, quando rifiutò un destino apparentemente segnato, respingendo con decisione la volontà del padre, che la voleva suora. Prima di prendere i voti accusò il sacerdote che avrebbe dovuto prepararla a prendere i voti di molestie sessuali: la giovane mise il prelato nei guai, ma così ebbe modo di raggiungere il suo obiettivo. A soli sedici anni si sposò strategicamente con un ricco e anziano proprietario terriero, che solo tre anni dopo morì, lasciando la ragazza libera da vincoli in realtà indesiderati e ancora più ricca.

Nel 1612 si unì  al nobile Pamphilio Pamphilj, con l’obiettivo di recitare un ruolo di primo piano a Roma. In quel periodo Giovanni Battista, cognato di Olimpia e fratello di Panphilo, stava scalando i vertici degli ambienti ecclesiastici capitolini, aiutato dalla nobildonna di origine viterbese, che c0sì facendo al contempo si faceva largo nella società della capitale della Cristianità.

La stretta collaborazione, che secondo i pettegoli dell’epoca portava con sé anche un’intesa sentimentale, diede i suoi frutti e nel 1644 Giovanni Battista venne eletto Papa col nome di Innocenzo X.

Olimpia era solita accompagnare il Papa nelle visite ufficiali, come accadde durante l’ apertura della Porta Santa per l’inaugurazione del Giubileo del 1650, da qui nacquero delle voci secondo cui era lei a prendere le decisioni del pontefice, che in realtà non sarebbe altro che una marionetta nelle sue mani, per questo venne apostrofata anche come “La Papessa”. Di fatto era diventata la persona più potente di Roma.

Nel 1645 Olimpia ottenne da Innocenzo X le terre appartenute all’ex abbazia di S.Martino al Cimino ed i relativi edifici, in rovina, del complesso abbaziale. le venne conferito il titolo di principessa  di San Martino al Cimino e feudataria di Montecalvello, Vallebona e di Grotte Santo Stefano, quest’ultima località oggi frazione distaccata del comune di Viterbo. Si racconta che durante le feste a Roma, quando era tradizione, tra i ricchi, di buttare  in strada le candele che erano servite per illuminare le finestre al fine di lasciare che i poveri potessero prendersele per sé. Pare che invece  Olimpia facesse vestire con abiti rovinati i suoi inservienti, fingendosi dei poiveri, per poter così recuperare indisturbati la cera delle candele. un’altra diceria vuole che Donna Olimpia favorisse un torbido giro di prostituzione, che non costituiva solo una fonte di guadagno, ma anche un modo per conoscere i segreti dei nobili e dei sacerdoti più potenti di Roma, avendo così anche un’affilata arma per ricattarli.

Innocenzo X e Olimpia Maidalchini,

Innocenzo X e Olimpia Maidalchini

La brama di potere e l’avidità della spregiudicata donna divennero note alla popolazione romana, che per sfogarsi si espresse con il mezzo delle “pasquinate”, dalla statua del Pasquino, copia romana di originale di greco del II secolo avanti Cristo, situata in piazza del Pasquino, dietro Piazza Navona,dove venivano lasciate dei pungenti versi satirici volti a sbeffeggiare chi deteneva il potere, in una curiosa usanza che è sopravvissuta, in maniera decisamente edulcorata e senza la carica corrosiva di un tempo, fino ai giorni nostri. Primo dalle pasquinate emerse il buffo soprannome di “Pimpaccia”, dal nome de “La Pimpa”, un’opera teatrale che aveva per protagonista una donna dispotica e pronta a tutto per assecondare la sua sete di potere, per esprimere la cattiva immagine che la gente di Roma aveva per questa esuberante e inarrestabile protagonista della Storia italiana, che, a prescindere dalla liceità delle sue azioni, si meriterebbe più spazio nei libri scolastici.

La statua del Pasquino a Roma

La statua del Pasquino a Roma

Il declino di Donna Olimpia avvenne con il successivo Conclave, nel quale credette di poter, ancora una volta, controllare gli esiti forte della sua alleanza con l’influente famiglia del Barberini, , ma per sua sfortuna nel 1655 venne eletto al soglio di Pietro il Segretario di Stato Fabio Chigi, noto al mondo cristiano come Alessandro VII. Questo segnò un irreversibile punto di svolta negativo, segnando inesorabilmente la sua parabola discendente: il nuovo Pontefice le impose l’esilio da Roma, obbligandola a stare lontana dai palcoscenici del potere trovando riparo prima a Orvieto poi nei suoi possedimenti di Viterbo e San Martino al Cimino, prima di spegnersi nel 1657, solo due anni dopo la nomina del nuovo Papa, pare per aver contratto la peste.

La figura di questa volitiva donna rimase impressa per molto tempo ancora nell’immaginario collettivo dei Romani: per molto tempo si tramandò la leggenda per cui Donna Olimpia tornasse a Roma la notte del 7 gennaio di ogni anno, nella ricorrenza dell’anniversario della nomina a Papa del suo protetto Innocenzo X, su una carrozza d’oro trainata da quattro destrieri neri, lasciando una scia di fuoco al suo passaggio per le vie della Città Eterna, concludendo la sua apparizione dopo aver attraversato Ponte Sisto, tuffandosi nelle acque del fiume Tevere, dove i diavoli la aspettano per riportarla all’Inferno.

Olimpia Maidalchini fu una donna con una tempra, un’astuzia e una forza di volontà fuori del comune. Potrebbe essere vista come una femminista ante litteram, dato che sfidò le convenzioni di un’epoca in cui le donne, anche quelle di nobile nascita,  quasi sempre avevano un ruolo meramente decorativo accanto la figura di potere maschile. In realtà mise al servizio le sue pur mirabili doti solo per i propri interessi, facendosi perfetta interprete della corrente di pensiero, vecchia quanto l’avidità umana, secondo cui, “il fine giustifica i mezzi”. Ha combattuto il sistema preordinato quando questo gli sbarrava la strada, come quando eluse l’obbligo imposto dal padre di intraprendere una carriera monacale, ma lo cavalcò senza indugi quando si trovò nelle condizioni di perseguire nel modo più immediato possibile le proprie mire di denaro e potere.

Donna Olimpia, nota anche come La Pimpaccia

Donna Olimpia nota anche come La Pimpaccia

La sua straordinaria vita è un esempio, e al contempo un monito, per chi si prefigge un obiettivo a ogni costo, passando sopra a tutto e a tutti. Le figure  dei grandi del passato, nel bene e nel male sono spesso un modo per predire cosa potrebbe attendere dall’altra parte di molti tipici bivi della vita.

Tutti noi, quali che siano le scelte etiche di ognuno, potremmo prendere da Donna Olimpia l’esempio positivo di vivere la propria vita con coraggio, dall’inizio alla fine.

 

Per la realizzazione dell’articolo, si ringrazia per la segnalazione l’amico Erik Cutigni, guida turistica, tour operator e profondo conoscitore della Storia del Lazio.

 

 

 

 

 

 

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