Il verde di Farnese
Il verde di Farnese

La situazione ambientale nel Viterbese, ombre e minacce su un’oasi verde

La Tuscia, un tempo descritta come un’isola verde dove l’industrializzazione è penetrata solo in parte mantenendo così un ambiente sano dove gli equilibri naturali non sono stati alterati, si trova invece a dover affrontare contraddizioni che comportano rischi gravi per l’ambiente e i suoi abitanti. Gianni Decaro, attivista e intellettuale, mette in guardo su geotermia e gestione scriteriata dei rifiuti.

In un contesto dove l’industria stenta a decollare, con chiare conseguenze sulle prospettive occupazionali per i lavoratori, l’agricoltura è rimasta ancora ancorata a vecchi schemi. Al’linterno di un quadro generale così statico si aggiunge il problema della tutela dell’ambiente, specie per delle aree particolari dove questo aspetto assume particolari rischi per la salute dei suoi cittadini. Gianni Decaro, ingegnere vincitore del premio della Banca Mondiale sul miglior progetto ecosostenibile in Africa e membro dell’associazione di promozione sociale Tuscia Nostra.

“Il Viterbese si sobbarca i rifiuti di 135 comuni tra Umbria e parte settentrionale della provincia di Roma, secondo un appalto vigente. Il 50 % dei rifiuti sarebbe recuperabile, ciò significa che su 30 mila tonnellate sarebbe possibile riciclare 12-15 mila tonnellate – spiega Decaro – attraverso una corretta raccolta differenziata, le ecottasse calerebbero del 25% perché significherebbe ricorre meno alle discariche, il futuro è questo ma continuano a prevalere altre dinamiche. Anche se è quello più interessante per molti,  l’aspetto economico non è certo il più importante: sono molti gli allevamenti e i centri ortofrutticoli che sorgono vicino a queste discariche: questo significava avvelenare il cibo delle nostre tavole, con chiare conseguenze sulla salute delle persone”.

Il verde di Farnese

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Un altro problema cruciale è quello legato all’utilizzo di energia geotermica, cioè la creazione di centrali capaci di generale energia dal calore proveniente dal centro della Terra. “Sono previsti 50 impianti geotermici, per cui servirà trivellare per una profondità da tre a cinque chilometri. La correlazione tra sismi geotermia è dimostrata: andando in profondità si attraversano le linee tettoniche della terra. Ma non si tratta solo dei terremoti: delle sostanze inquinanti come boro e arsenico verrebbero pericolosamente a contatto con i terreni di pascoli e colture – continua –  insistere sulla geotermia significherebbe anche perdere  la tradizione ed la specificità delle colture agricole del posto: l’acido solfidrico e lo zolfo si depositerebbero sulle piante, inibendone la fioritura”. I rischi citati non si limitano a questo: “si andrebbe incontro a un concreto rischio di esplosione durante gli scavi: si ricordano le trivellazioni del 1973 a Torre Alfina, dove delle sostanze gassose salirono in superficie provocando un ingente incendio. Se le trivelle avessero incontrato direttamente i gas si sarebbe potuto avere un grave incendio. Bisogna fare attenzione alle conseguenze delle azioni che si vogliono portare avanti, accortezza che troppe volte in passato non si ha avuto: nella Tuscia molte miniere di mercurio non sono state messe in sicurezza, facendo sì che questo poi entrasse in contatto con il mare. Si tratta di un minerale tossico che può arrivare a contatto dell’uomo grazie agli animali ali e i vegetali di cui si ciba, ricordiamo che per questo motivo la carne di tonno è ricca di mercurio, giocando un ruolo nella comparsa di malattie neurologiche. Danni come questo possono ripetersi con l’avvio di scavi scriteriati – spiega – n quest’ottica il progetto di costruire 70 centrali geotermiche sul territorio è una follia assoluta. Siamo dei topi che si creano tagliole per loro stessi, tutto questo deve essere fermato – conclude – la nostra gente sembra aver perso l’indole a ribellarsi: si china il capo sempre e loschi signori che pensano solo al tornaconto hanno gioco facile: si può e si deve cambiare perché la posta in gioco è altissima per noi e per la nostra terra. E bisogna farlo molto in fretta”.

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