Altri mondi: in Thailandia ad inseguire un sogno

“Ci vuole un gran fisico per correre dietro ai sogni” diceva lo scrittore Stefano Benni. Ma Michele Pennacchietti, giovane viterbese, evidentemente ce l’ha: spinto dalla sua grande passione per la Muay Thai, ha soggiornato ben tre volte in Thailandia, Paese dove questa disciplina è nata, costituendo parte integrante della cultura e dell’identità nazionale

“Il primo viaggio l’ho compiuto per capire la realtà di questo Paese del Sud-Est Asiatico in cui la Muay Thai è arte marziale e sport nazionale, terra per me fino allora sconosciuta. La cultura è totalmente diversa dalla nostra per ogni aspetto: lingua, cibo, clima sono solo alcuni degli aspetti dove le differenzi sono più eclatanti – racconta Pennacchietti, che oltretutto era alla prima esperienza all’estero – Appena scesi a Bangkok, il caldo e l’aria umida costituiscono uno shock fisico: ci si sente subito stanchi e sembra che manchi l’aria. Questo sommato al jet lag (siamo partiti da Milano e arrivati in Asia  sempre col sole). I primo giorni sono stati duri: si dormiva poco, bisognava fare l’abitudine a un tipo di cibo i cui sapori sono distanti dal nostro e persino l’acqua è differente, essendo spesso trattata per poter essere bevuta”. Passato un brevissimo periodo di adattamento per assimilare i cambiamenti, le giornate nel camp vengono organizzate in modo serrato: sveglia alle 5 e 30, corsa per 45 minuti, per poi proseguire in palestra con un allenamento molto intenso. A pranzo il menu prevedeva sempre gli stessi piatti: riso, pollo, verdure e uova. Durante il pomeriggio era prevista un’altra sessione dalle 15 alle 18, seguita da un’altra corsa defatigante di circa 20 minuti. Nella capitale gli alti e moderni palazzi del centro con la povertà delle baraccopoli con palafitte della periferia, visitata nei tragitti mattutini di corsa. Nonostante molte persone versino in una condizione di indigenza e il tassi di criminalità sia alto, a gente non lesina sorrisi ed è spesso capace di tendere la mano al prossimo in difficoltà.

Bangkok

Bangkok

A Ayutthaya, a circa 80 chilometri da Bangkok ed ex capitale del Paese, ogni anno il 17 marzo si svolge la “Giornata Nazionale del Muay Thay: ricorrenza celebrata in tutto il Paese ma che in questa città viene onorata in modo particolare. Nonostante l’apertura agli stranieri, detti “falang”, abbia commercializzato la festa per renderla più appetibile a chi viene da altre culture, è ancora possibile respirare qualche boccata d’aria della cultura di questo Paese. Se la Muay Thai è arrivata al grande pubblico occidentale con il film “Kickboxer”, con un Jean Claude Van Damme al suo apice, per questo paese l’arte marziale rappresenta qualcosa di ben più profondo: si tratta di un aspetto essenziale e permeante della sua cultura, intrecciandosi indissolubilmente con la sua Storia e la sua identità, in una maniera non facilmente comprensibile per un occidentale. Questo grande evento può aiutare comunque in quest’ottica: la sua finalità originaria è celebrare l’eroe nazionale Nai Khanom Thom, combattente di Muay Thai che contribuì alla liberazione del Paese dall’occupazione della Birmania, sconfiggendo nel 1774  in combattimento tutti i suoi più grandi guerrieri. I ragazzi erano vestiti con abiti tradizionali, nelle aree sono presenti tipiche decorazioni dell’epoca, elefanti e vengono eseguite delle riproduzioni coreografiche delle gesta dell’eroe tailandese. Il viaggio prosegue a Pattaya, dove Michele e il gruppo dei ragazzi, una quindicina provenienti da regioni di tutta italia, hanno sperimentato differenti tipi di allenamento. Nel Max Muay Thai, uno degli stadi più prestigiosi del Paese, hanno poi assistito ad alcuni incontri di Muay Thai di altissimo livello.

Nai Khanom Thom, l'eroe nazionale thailandese

Nai Khanom Thom, l’eroe nazionale thailandese

“Il primo viaggio è stato un’esperienza bella ma per certi versi difficile, ma è stata un’esperienza che mi ha fatto maturare molto. Il secondo soggiorno in terra asiatica è stato più tranquillo perché sapevo a quello a cui andavo incontro. Mi sono allenato intensamente e avevo di mente di affrontare un combattimento, ma alla fine non mi sono reputato ancora pronto. Tuttavia il lavoro svolto ha dato i suoi frutti con le vittorie raccolte in Italia al mio ritorno – spiega – Stavolta il nostro camp era in una città più piccola, con molto meno traffico e smog: Rayong, dove avevamo a disposizione cibi più vicini alle nostre abitudini alimentari di europei. Il camp aveva strutture di prim’ordine e c’era addirittura una piscina, dove a volte stemperavamo la fatica degli allenamenti in bagni refrigeranti – racconta Pennacchietti – siamo comunque anche tornati in capitale per visitare il centro cittadino: siamo andati all’MBK, uno dei centri commerciali più grandi del Paese, il cui lusso stride non poco con la povertà delle bancarelle improvvisate dei venditori ambulanti, soltanto pochi metri più in là. Non semplicissimo spostarsi: occorre fino a mezz’ora per fare 5 chilometri: il sovraffollamento della metropoli si risolve in un caos decisamente poco organizzato”. La globalizzazione è arrivata anche qui: ormai è facile trovare anche a Bangkok cose familiari e ristoranti italiani e arabi stanno un po’ ovunque. Allo stesso tempo esistono bancarelle dove si vendono come cibo scarafaggi e cavalletti. Girando la città è facile notare la presenza di strutture ricettive per il turismo sessuale con locali e cosiddetti centri di massaggio, con annesse situazioni di squallore ben visibili, ma allo stesso tempo lo Stato è molto ferreo contro lo spaccio di droga. Per via del caldo spesso sfiancante, Bangkok è una città più viva di notte che di giorno, un formicaio che sotto la fioca luce della luna e delle stelle diventa ancora più esuberante. Una cosa in particolare ha segnato questo secondo soggiorno: la visita di un bellissimo tempio buddista a Bangkok, il Tempio dell’Alba, dove giunsero dopo aver percorso fiume,  dove i monaci hanno benedetto i ragazzi e i loro beni per proteggerli.

Tempio dell’Alba

“Il terzo viaggio è stato il più bello e più importante della mia vita: ho avuto modo di combattere un incontro che mi vedeva contrapposto a un professionista thailandese nello stadio più importante di tutta la Muay Thay: si tratta di un tempo dove si sono misurati i più grandi di questa disciplina: il Lumpinee Stadium. La struttura è stata recentemente ricostruite ma la dimensione tradizionale non ha ceduto il passo a quella dello spettacolo. Gli odori inebriano al suo ingressi: si tratta degli oli che mettono gli atleti per scaldare i muscoli e delle creme per il dopo gara, utilizzate per le contusioni. Ero già stato in questa magica struttura un anno prima nelle vesti di spettatore, dove avevo potuto saggiare la sua atmosfera solenne la al contempo estremamente affascinante: rimetterci piede come atleta è stata una sensazione impagabile”.

La tensione si fa sentire al primo impatto: non c’è tempo di abituarsi che già tre giorni dopo lo sbarco in aeroporto è previsto il match, eppure Michele, al momento di salire sul ring, riesce a guadagnare una sana e positiva serenità, che a suo dire sarà fondamentale per la sua buona prestazione. Prima di incrociare i pugni c’è il “Wai Whru”, rituale che gli allievi eseguono come forma di rispetto per i loro maestri, poi c’è il Ram Muai, secondo rituale in forma di danza, che ha una doppia funzione: une meramente atletica, fungendo da stretching, l’altra legata alla spiritualità thailandese, in quanto danza propiziatoria per attirare la buona sorte e scacciare i demoni maligni. “Quando la fai ci devi credere, se no non serve a niente” – puntualizza  Michele.

Pennacchetti ha affrontato l’idolo di casa  Petchmay della palestra Rin Muay Thai, all’interno del prestigioso evento “Lumpinee World Champions”. Una volta indossati i “Khan”, i bracciali, che portano i colori della scuola di appartenenza e del grado dell’atleta, il “Mongkon”, il tipico copricapo attorno alla testa e cosparso il corpo di olio, il combattimento ha avuto inizio, davanti a una folla estasiata, mentre l’evento era trasmesso in diretta streaming su internet. Michele si è battuto come un leone per cinque riprese da tre minuti contro un avversario fortissimo al quale si è arreso soltanto per verdetto dei giudici, al termine di un incontro acceso e combattuto, con il quale si è guadagnato la stima del pubblico thailandese.

Gli atleti salutano il pubblico al termine dell’incontro

“Scesi dal ring io e il mio avversario ci siamo abbracciato con il massimo rispetto, senza nessun astio. Mi sono assaporato ogni momento”. Una disciplina marziale può dare il via a un percorso che insegna a rispettare l’altro, nonostante sul ring non ci si scambino certo carezze, a conoscere il proprio corpo e ad autodisciplinarsi, attraverso il duro impegno da portare avanti. Tutto questo può diventare un inestimabile viatico per un miglioramento continuo di se stessi come individui, affrontando le inevitabili insicurezze e acquisendo consapevolezza di sé.  E certi viaggi possono cambiare la vita di chi li compie.

 

 

 

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