Altri mondi: Hygge, la pillola della felicità danese venduta ad un popolo di autolesionisti

E’ ufficialmente scoppiata la mania dell’ hygge e questa passione è testimoniata da un incredibile numero di post su Instagram e la pubblicazione di numerosi libri. Tra questi, il più famoso probabilmente Hygge. Il metodo danese per vivere felici” di Marie Tourell Soderberg (Newton Compton) che sta avendo una grande fortuna a livello internazionale.

Hygge è una parola che deriva dall’ antica lingua proto norvegese ed è usata sia dai norvegesi che dai danesi, “è un sostantivo usato per definire un sentimento, un’atmosfera sociale, un’azione correlata al senso di comodità, sicurezza, accoglienza e familiarità. L’hygge non ha come fine la ricerca di una felicità momentanea, ma bensì di una felicità quotidiana, che contribuisce a generare un senso di appagamento nel lungo periodo. Secondo un sondaggio dell’Unione Europea, i cittadini danesi sono i più felici del mondo, visto che passano più tempo con la famiglia e con gli amici e si sentono più rilassati degli altri. Per essere hygge bisogna concentrarsi sulle cose semplici che fanno stare bene, ricreando un ambiente accogliente dove godere a pieno dei piaceri quotidiani che la vita offre. Attività tipicamente hygge sono: esprimersi liberamente; allontanarsi dagli impegni della vita quotidiana; condividere il cibo preparando torte, biscotti, pane per ospiti e vicini”.

Questa è la definizione base, da wikipedia, che rende abbastanza bene l’idea di questa sensazione, stile, ma anche moda che viene dal grande nord. Hygge è una passeggiata nel bosco, o leggere un libro comodamente adagiati su una poltrona. Il vostro gatto è molto probabilmente hygge (i gatti sono “hygg-issimi” per natura) e passare del tempo a coccolarlo è hygge, ma possono essere “hyggici” i posti di lavoro, le case, le luci, persino i colori. E’ quindi qualcosa che nella nostra cultura può avvicinarsi all’intimismo, ma il concetto fondamentale è che probabilmente non può essere riportato alla nostra cultura.

In un bellissimo articolo “The Hygge Cospiracy” Charlotte Higgins, giornalista del Guardian, ha espresso con estrema dovizia di particolari le sue contraddizioni, in primo luogo la sua deriva commerciale, cioè lo sfruttamento di questo lifestyle non solo per vendere libri, ma anche nei centri commerciali, per candele, luci o coperte per esempio. La Higgins infatti, definisce sarcasticamente gli inglesi “i maggiori esportatori di hygge all’estero” e l’impossibilità “reale” di essere qualcosa di diverso della propria essenza, ma soprattutto coglie un altro aspetto sottile e interessante, cioè la fortuna dell’hygge nella Gran Bretagna esattamente nell’epoca della Brexit, del grande ritorno all’isolazionismo. Hygge è infatti qualcosa di intimista, metaforizzato nello stringere una tazzona di tè mentre fuori è freddo, ma anche di esclusivo e, di conseguenza, escludente. Trova il suo contrario nel termine di uhygge, che, scrive la Higgins:

Significa spaventoso; significa sinistro. Se hygge è stare seduti attorno al fuoco, dimenticando tutte le differenze, riscaldati dalle fiamme danzanti, uhygge è l’oscurità al di là di quel cerchio incantato. Uhygge, infatti, minaccia di inghiottire il calore, la solidarietà, la gentilezza. Nell’insondabile squallore dell’uhygge esistono quelle cose terribili dall’esterno che potrebbero distruggerti. Su qualche livello atavico e profondamente sepolto, migranti, rifugiati e persone con valori nettamente diversi, portano con sé il terribile profumo di uhygge. Nella tensione tra hygge e uhygge, il calore del focolare e la famiglia, e il terrore del mondo solitario all’esterno, sono legati linguisticamente e questo riflesso è nella cultura danese”.

La giornalista britannica inoltre, cita anche l’uso “politico”, oltre che commerciale, di un termine che dovrebbe allontanare implicitamente sia la politica che la mercificazione. Pia Kjaersgaard, fondatrice del Partito del Popolo Danese, chiaramente anti-immigrazione è una sorta di paladina a difesa dell’hygge danese contro coloro che possono “sporcare” questa purezza, questa perfezione nordica, di uno stato profondamente assistenziale, ma tendente all’ isolazionismo, quindi assistenzialista per i danesi, non per “gli altri”.

Personalmente, appena ho cominciato ad interessarmi di hygge, (o dell’hygge, dato che può essere verbo, sostantivo e aggettivo), mi sono venute in mente diverse considerazioni. In primo luogo ho pensato alla sua natura culturale e mi sono chiesto se è possibile realmente esportare questo “qualcosa” di così rilassato, calmo, disimpegnato a noi italiani. Un popolo che è stato definito (tra le altre cose) come nevrotico, fatalista, casinista e soprattutto autolesionista. Da italiano, appena ho letto “Hygge è fissare un neonato per un’ora”, ho pensato immediatamente “pensa che rottura di coglioni” e di questo mio pensiero inizialmente mi sono vergognato, ma poi ho compreso che questo nostro modo di essere caciaroni, sarcastici, esibizionisti, cascamorti è in fondo una forma di estremo equilibrio emotivo perché gli italiani, tendenzialmente, non hanno mai dovuto stare per lunghi periodi con una “copertona” dentro casa a fissare la pioggia perché se c’è il sole noi possiamo andare a goderci il mare, o la montagna, con buona pace dei danesi.

Hygge è certamente qualcosa di interessante, chiunque può cercare la felicità come meglio crede, ma il rischio è ancora una volta l’eccesso, un esotismo modaiolo controproducente e soprattutto molto irritante. In un paese come il nostro, pieno di sempre più diffusi estremismi, populismi, “naziveganismi” e radicalismi chic vari, l’hygge trova certamente terreno fertile, ma il rischio è continuare a perdere una nostra natura, forse sbagliata, forse poco cool, ma che in fondo ha fatto la nostra fortuna. Questa essenza è stata descritta perfettamente nel cinema della nostra commedia del dopoguerra appunto “all’italiana”, nei capolavori di registi come Risi, o Monicelli, dove i personaggi sono imbroglioni, codardi, pigri, paraculi, ignoranti, ma anche vitali, curiosi, calorosi e, soprattutto, “umani”. Italiani che erano assolutamente non hygge, ma che di certo non avevano paura dell’altro, del diverso, di un mondo esterno freddo e pericoloso. Però, facendo i conti con la realtà di questo tempo, questa nostra “essenza culturale” è nostalgia e aumenta la consapevolezza che sta scomparendo quasi completamente lo stereotipo di “italiani brava gente”, mentre aumenta il radicalismo, il sospetto e la paura del diverso. Solo il nostro “atavico” autolesionismo in fondo continua a resistere quasi spavaldamente e messo in un contesto come questo, in confronto con lo stile rilassato e fighetto proveniente dal nord, per la prima volta, mi fa quasi tenerezza.

Oltre quella sociologica, mi sono posto un’altra domanda di carattere più filosofico:

è veramente importante essere felici?

Mi è immediatamente venuto in mente il concetto kierkegaardiano “dell’interessante”, che mette al centro dell’esistenza non la felicità, ma la ricerca dell’interesse, dello stimolo interiore, dell’estetica prima e dell’etica trascendente poi, ma ovviamente gli esempi sono innumerevoli e potremmo parlare per ore di sistemi “non-felici” come il pessimismo, l’esistenzialismo e ovviamente il romanticismo, solo per citarne alcuni, ma credo che riguardo all’hygge oltre che pensare ai grandi sistemi che hanno fatto la storia del pensiero stesso, si debba guardare alla propria esperienza, a qualcosa che ciascuno cerca, o pensa di cercare nel proprio intimo.

Personalmente ho sempre trovato inconcepibile che in un libro piuttosto bello come l’Eleganza del Riccio (molto hygge), vengano definite “buone” le persone che bevono tè e “cattive” quelle che bevono il caffè e ho sempre difeso la tristezza, la malinconia e persino la nevrosi come parte essenziale per la definizione e costruzione della mia identità, della mia unicità, ma la scelta della strada da intraprendere nella ricerca, o non-ricerca di qualcosa di così sfuggente e fluido come la felicità è ovviamente molto personale. Per questo, forse la Danimarca non è il luogo giusto dove guardare quando esistono posti molto più scomodi, ma anche più veri che si trovano nelle profondità di ognuno di noi e forse lo stesso Amleto, il più danese dei principi, rabbrividirebbe a guardare i suoi connazionali affrontare l’ineluttabile bilico dell’esistenza con quelle cavolo di antiestetiche coperte di plaid. Per questo in un non rassicurante, ma appassionato, aperto e spesso divertente, oceano di incertezza, nevrosi e difficoltà dove dobbiamo continuare a vivere, solo di una cosa non ho alcun dubbio. Fissare anche, solo per mezz’ora, un neonato, sarà e resterà sempre una grandissima rottura di coglioni.

 

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