Onda di Hokusai

Altri mondi: La Grande Onda di Hokusai e la bellezza dell’impero segreto

Roma quando piove è un casino. Venditti dice che è tanto bella, ma forse per procurarsi un po’ di pioggia, come sostiene la Sabrina di Billy Wilder, è meglio Parigi. Roma la preferisco d’estate, con il sole e l’aria che odora di pini marittimi e metro B, la stagione dove un altro famoso personaggio della Hepburn, la principessa Anna di Vacanze Romane, gira per le vie del centro in Lambretta aggrappata con le sue braccia da uccellino alle possenti spalle di Gregory Peck. Una Roma “da sogno”, turistica, che forse è scomparsa da tanto tempo e che con la pioggia diventa ancora più malinconica, piena di confusione e rumore di tergicristalli.

Turisti di Lida Ziruffo

Ci penso mentre in due camminiamo per il corso con un solo ombrello aperto, cercando di schivare una enorme massa di turisti incolonnati sul piccolo marciapiede. Autobus e taxi ci sfrecciano di lato come se non ci fosse un domani. E’ domenica e forse c’è una partita all’ Olimpico. Per passare dobbiamo tenere il nostro ombrello in alto cercando di non colpire gli altri sfigati e contemporaneamente stare attenti a non calpestare le pozzanghere. Il momento più difficile è quando cerchiamo di sorpassare un folto gruppo di giapponesi che, come sempre, in perfetto ordine, affrontano quella situazione di disagio come se fosse assolutamente normale, con le facce sorridenti di chi ha superato in scioltezza l’atomica, gli tsunami e le continue invasioni di Godzilla. Che vuoi che sia un po’ di fango? Forse sorridono perché sono a Roma, in vacanza e nella loro mente quello che li circonda non è pioggia, inquinamento e rumore, ma solo la Città Eterna, una cartolina disegnata con le antiche memorie della gloria dei Cesari e le avventure delle principesse dei sogni.

Ho sempre amato la cultura giapponese soprattutto i romanzi e il cinema, ma ultimamente sto scoprendo anche il loro cibo. Quei piccoli manicaretti di pesce, riso e salsette strane sono per me una droga che è risalita direttamente al cervello dai ricordi dei cartoni animati della mia infanzia e il loro pensiero mi fotte la testa come la famosa pasticca di J-Ax  travolto dalle pene d’amore. In realtà, se ci rifletto con più attenzione, mi rendo conto che conosco solo una microscopica parte del mondo giapponese e, ad essere onesti, per me, come per tanti Italiani, significa restare imprigionati in uno stereotipo. Ammassati in gruppi ordinati mentre si scattano centinaia di foto con le facce sorridenti e gentili. Certamente più piacevoli della nostra espressiva arroganza. Una volta li ho visti fotografare anche la stazione di Civitavecchia, notoriamente tra le più brutte d’Europa. Non so, forse vedono le cose da una prospettiva diversa e nella loro ottica quella stazione non fa poi così cagare.

Ingresso mostra di Hokusai a Roma

Senza dubbio dalla loro arte, quello che emerge più chiaramente, è una sorta di ancestrale e delicata malinconia, unita a una particolare formalità. Se penso ad un esempio classico appartenente alla nostra cultura, mi viene in mente Caravaggio che nonostante fosse costretto a causa dei canoni e dei committenti dell’epoca a ritrarre temi religiosi riusciva, grazie al suo genio, a far emergere il lato più umano della propria individualità, facendo trasparire delle emozioni personali oltre la prigione di una rigida struttura formale. Per l’arte giapponese la prospettiva si ribalta completamente in quanto, a differenza della cultura occidentale, non è un determinato periodo a chiudere l’artista in uno schema, ma è l’intera società a esaltare la collettività rispetto all’ individuo. Certamente negli ultimi decenni con l’esplosione della civiltà globale, della quale il Giappone è uno dei massimi attori, questo è progressivamente cambiato, ma dobbiamo ricordare che le isole che formano il suo arcipelago hanno vissuto in quasi totale isolamento fino alla metà dell’800, quando americani ed europei hanno aperto le porte “dell’impero segreto” prima con le cannonate delle navi e poi, dal cielo, con le due atomiche che nel 1945 hanno segnato la disfatta nella seconda guerra mondiale.

Quali sono quindi le nostre “reali” possibilità di comprendere in fondo la loro arte? Forse semplicemente non possiamo e con questo pensiero fisso entro all’interno dell’Ara Pacis dove è esposta una ricchissima collezione di Katsushika Hokusai.  Nelle sale scure ci soffermiamo davanti alle sue opere, soprattutto stampe e xilografie che ci aprono le porte davanti a splendide vedute “dell’impero segreto” durante gli ultimi anni del suo meraviglioso isolamento. Hokusai è infatti vissuto tra il 1760 e il 1849, ma oltre questi particolari didascalici, è veramente impossibile definire l’enorme influenza che la sua produzione ha avuto e continua ad avere nell’arte globale contemporanea. Le sue stampe tra cui le “36 vedute del Monte Fuji” (nella mostra di Roma eccezionalmente tutte presenti), o la celebre “Grande Onda di Kanagawa hanno infatti una ripercussione importante non solo nella cultura giapponese, ma sono alla base dell’illustrazione, della pittura, nei fumetti e anche del design a livello mondiale.

Manga di Hokusai

Osservando le sue opere come un appassionato che beve vino senza avere le capacità di un somelier, “sento” che prima dell’individuo c’è senza dubbio la natura, una base essenziale dalla cultura giapponese che deriva dall’influenza religiosa dello shintoismo e che nelle sue “vedute” trova la sua massima espressione e si materializza proprio con la presenza del Fuji, il vulcano sacro.

La figura umana, ritorna al centro nell’altra sezione “più corposa” della mostra dell’Ara Pacis intitolata “Beltà alla moda”, dove è esposto repertorio di immagini legate al mondo della seduzione: raffinati dipinti su carta o su seta nel formato del rotolo verticale da appendere, firmati da Hokusai, da Eisen e dagli allievi più vicini a Hokusai, tra cui Teisai Hokuba, Katsushika Hokumei, Ryūryūkyo Shinsai, Gessai Utamasa.

Probabilmente, però, l’individualità del maestro giapponese emerge maggiormente proprio negli schizzi dei “manuali manga”, una raccolta di disegni in nero-grigio, con qualche tocco di vermiglio, dove rappresenta animali, demoni e uomini, mischiando forme e linee. In questa sezione della mostra, dove è più evidente la modernità dell’opera di Hokusai, si inizia a capire il suo sguardo, a tratti ironico, a tratti “terrorizzato” sulle cose e le persone. Gli uomini diventano caratteri, figure/trasfigurate, caricature che si trasformano mostri, disegni che “inventano” il mondo del fumetto con qualche secolo in anticipo.

Alla fine dell’esposizione siamo sfiniti, per la nostra lunga camminata sotto la pioggia schivando turisti, taxi e ombrelli, ma anche perché questa raccolta dell’Ara Pacis è veramente sostanziosa e le opere da vedere sono tante. La mia sensazione, tralasciando tutte le informazioni che chiunque può trovare su wikipedia, è la stessa dell’inizio: mi sembra di aver semplicemente sfiorato la superfice di qualcosa che non comprendo a pieno. Fuori i corridoi scuri ci ritroviamo in una sala illuminata con forti luci al neon che mettono in risalto i souvenir esposti su ordinate teche di vetro. Monografie, spiegazioni di critici d’arte, ma anche grossi e colorati libri sulla Yakuza: un po’ come trovare un libro sulla Mafia alla fine di una mostra di Caravaggio.

Un autobus preso al volo ci riporta alla stazione. Continua a piovere sulle strade di Roma, dove il traffico non si ferma mai e da tempo non si vedono principesse in Lambretta. Nell’arte giapponese, della quale Hokusai è certamente uno degli esponenti maggiori, ad affascinarci è proprio quello che non comprendiamo. Delicata malinconia che fa capolino sotto una gentile, a tratti tragica, formalità. Dietro quelle linee ordinate, alla fine di tutti gli stereotipi, nei caratteri rappresentati dalle maschere del teatro Kyōgen e del Nō, c’è un universo di emozioni che, da occidentali, possiamo solo intuire cercando di indagare nei significati di una grande onda azzurra che increspa l’acqua, metafora di una natura potente e selvaggia che relega l’uomo nello spazio piccolo e marginale di osservatore mentre prova a trovare un percorso individuale attraverso qualcosa di sfuggente come un’immagine. Nonostante le interpretazioni differenti, in questa essenziale, primordiale sensazione, per un attimo, cultura occidentale e orientale, si sono toccate, specchiandosi a vicenda e trovando un “bisogno comune”. Un’universalità che ha decretato la fortuna internazionale della Grande Onda e ci ricorda che le emozioni umane, anche se a volte sono difficili da comprendere, emergono sempre in diverse e infinite forme di “segreta” bellezza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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