Enrico Loverso saluta il pubblico

“Uno Nessuno e centomila”: un grande Loverso porta Pirandello a Tuscania

 

“Che senso ha cercarsi in uno specchio?”: è la domanda che esprime il dilemma del protagonista del romanzo e testo teatrale  tra i più apprezzati delle Letteratura italiana “Uno, nessuno e centomila”.  Lo stesso quesito si trovava scritto a mano con un pennarello, quasi se fosse veramente passato di lì il personaggio nato dalla fantasia di Luigi Pirandello, su uno specchio fisico installato in prossimità della biglietteria del teatro. il protagonista dell’opera si rende conto che l’immagine che ha di se stesso non è per nulla uguale a quelle di ognuno delle persone che lo conoscono hanno di lui, ognuno lo vede in modo diverso, portandolo a bramare una trasparente autenticità che credeva soltanto di possedere. In un’epoca caratterizzata dai social network e dai numerosi account di cui ognuno può disporre per crearsi un profilo aderente all’immagine che ognuno vuol dare di sé nel dato spazio virtuale: il dilemma eterno come l’uomo, in quanto animale sociale, si colora di nuove sfaccettature.

“Che senso ha cercarsi in uno specchio?”

Basti pensare che la spasmodica ricerca esistenziale del protagonista ha come miccia scatenante l’osservazione della moglie di un banale difetto fisico che lui non aveva mai notato prima: pensate a quanto questo aspetto potrebbe ingigantirsi oggi con l’importanza che ha l’immagine per ognuno, che in un social diffusissimo come Instagram diventa l’unico modo per esprimere la propria identità?

Uno dei più celebri romanzi di Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”, è stato rappresentato  al teatro “Rivellino” di Tuscania, in un’esibizione minimale quanto agile e riuscita. Due parallelepipedi bianchi sdraiati che fungono da sedie, cinque cornici vuote appese: questo è il semplice spazio scenico dove Enrico Loverso vestito interamente di bianco si muove reggendo da solo lo spettacolo.

La trasposizione della regista Alessandra Pizzi infatti punta tutto sulla voce del brillante attore, siciliano come Pirandello, il quale interpreta il protagonista Vitangelo Moscarda, sia nelle vesti di narratore, sia in quelle di personaggio sulla scena. Ma non solo: presta corpo e voce anche ad altri personaggi, con una naturalezza tale che nessuno abbia da ridire sulla scelta anche quando interpreta la moglie Dida del protagonista. L’intercalare “Gengè”, il nomignolo con cui lei si rivolge al marito, creando una litania quasi ritmica, continua a risuonare nelle orecchie del pubblico, diventando un momento caratteristico dell’interpretazione.

A sorreggere l’esibizione dell’attore pochi espedienti tecnici: l’eco di alcune sue frasi, una colonna sonora così impalpabile da aiutare lo spettatore a entrare nel clima introspettivo dell’opera e pochi effetti sonori, come lo sparo che parte ai danni del protagonista, esteriorizzazione del punto decisivo dello sciogliersi della vicenda, i cui nodi principali si creano e si sciolgono in realtà nell’interiorità del personaggio principale. L’attore cerca il coinvolgimento del pubblico, che ha il ruolo di spettatore silenzioso ma complice della vicenda, quasi come Moscarda/Loverso cercasse in lui conferma delle sue sensazioni e del suo operato.

Enrico Loverso saluta il pubblico

La cifra psicanalitica dell’opera pirandelliana, non eccessivamente complessa dal punto di vista della trama, ma che porta con sé una notevole profondità del messaggio, viene resa dando alla parola la parte del leone nell’allestimento dello spettacolo. Eppure il contenuto viene veicolato in modo scorrevole e piacevole, complice l’ironia volta a stemperare la trattazione di una questione complessa quale la frammentazione dell’Io: l’interprete si esalta danzando magistralmente sul filo del rasoio tra speculazione intellettuale e leggero quanto salutare divertimento. E il pubblico tuscanese percepisce l’intento e apprezza calorosamente in un meritato tripudio.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *