Anfore etrusche per il vino

In cucina con gli Etruschi: il vino e il suo importante ruolo sociale

Oggi come nell’Antichità  il vino rappresenta uno dei prodotti più tipici dell’agricoltura della Tuscia e dell’Italia tutta e il nostro viaggio nell’enogastronomia etrusca non può prescindere da questa tipica bevanda italiana.  Allora proprio come ai nostri tempi esso rivestiva un importante ruolo sociale e culturale, anzi all’epoca degli Etruschi rivestiva un ruolo ancora maggiore.

 

 

Le prime testimonianze del consumo del vino in Italia risalgono all’Età del Bronzo: le rudimentali coltivazioni delle popolazioni italiche assorbirono le più evolute tecniche apportate dai Greci, che grazie alle quali le coltivazioni vitigne crebbero sia qualitativamente che quantitativamente. Il successo di questo prodotto crebbe al punto che l’Italia per i Greci divenne l’”Enotria”, cioè la terra del vino.

mentre i primi segni di coltivazione vinicola riferibili  alla civiltà tirrenica riportano all’utilizzo della vite vinifera silvestre, pianta differenze da quella utilizzata oggi per i vitigni, tanto che l’incrocio tra le due varietà risulterebbe impossibile.

La produzione etrusca era di una portata tale che poteva permettere di esportare l’amata bevanda alcolica anche ad altre popolazioni, sia all’interno della penisola che oltremare e oltralpe: a Cap d’Artibes, in Francia, venne trovato un relitto di una nave contenente circa 170 anfore originarie di Vulci.  Esistevano zone particolarmente fertili cui i produttori etruschi attingevano a piene mani, tra cui la Valle dell’Albegna: Vulci sfruttò la sua grande influenza su quell’area, divenendo leader nell’Etruria per la produzione vinicola.

Il vino aveva un ruolo fondamentale  nella vita di questi antichi italiani: molte occasioni, incluse quelle sacre, assegnavano al vino un ruolo di prim’ordine. Persino nei funerali si faceva ricordo al vino nei banchetti che si celebravano in favore del defunto, mentre il suono del flauto doppio faceva da sottofondo e proprio il modo con cui gli Etruschi elaboravano il dolore del lutto rende l’idea dell’enorme distanza tra la loro cultura e quella cristiana nel modo di rapportarsi alla vita: l’esistenza era una festa da celebrare col sorriso cercando il bello in ogni situazione, senza riti collettivi di penitenza e castigazione.

L’uva vendemmiata era perfettamente matura e veniva trasportata nelle cantine in casse di legno utilizzando per il trasporto animali da soma, mentre il contenuto veniva travasato in un tino a forma di tronco di cono. Similmente a quanto la tradizione e l’iconografia ci tramanda, un uomo saliva sul tino appena riempito , premendo sui chicchi con i piedi nudi facendo fuoriuscire la polpa Successivamente si aggiungeva acqua nel tino, nella misura compresa tra un ottavo e un decimo del totale dei grappoli depositati.  Il mosto ricavato era equivalente a metà dell’uva impiegata.

La celebre bevanda mediterranea veniva lavorata in cantine generalmente di tre piani: al piano terra si pigiava l’uva, e in quello successivo il mosto mediante specifiche tubature in coccio, colava nei tini e in cui fermentava. Dopo la svinatura il vino veniva trasferito al piano più profondo dei tre per una maturazione a lunga conservazione. Durante la fermentazione degli esperti riuniti a banchetto controllavano lo stato del processo attraverso degli assaggi.

 

Il risultato era una bevanda diversa da quella che conosciamo:  le qualità organolettiche di spicco erano in genere quelle di una bevanda aromatica, profumata e da un per noi insolito colore giallo dorato.

Nei ceti più alti erano praticati riti dedicati a Flufluns, dio etrusco dell’ebrezza paragonabile a Dioniso/Bacco, dove attraverso l’ebrezza della bevanda si doveva tentare di sperimentare la “possessione” del dio già nella vita terrena, con la speranza di ottenere il privilegio una felice esistenza eterna.

Anfore etrusche per il vino

Come dimostrano numerosi affreschi funebri, anche nei più comuni convivi il vino aveva un ruolo prominente: accompagnava il mangiare e era parte fondamentale di diversi giochi da tavola, tra cui il kottabos, di origine greca, dove l’obiettivo era far arrivare il vino contenuto nella coppa contro una colonnina, che doveva poi colare in un bersaglio, simile allo stelo di una lampada, che aveva due dischetti di bronzo, uno più piccolo sposto in alto, sulla mano di una statuetta, e un altro, più grande, fissato a mezza altezza. L’obbiettivo era buttare giù il disco in alto cosicché, candendo su quello più in basso, lo facesse suonare. A volte il premio era la compagnia di un giovinetto o di una giovinetta presenti a banchetto: anche qui, nel bene e bel male il modo di intendere i comportamenti in società era distante dal nostro.

Capire il ruolo del vino tra gli Etruschi risulta quindi essere un tassello molto importante non solo per capire la loro civiltà ma, con le dovute distanze, anche la nostra: qualcosa dell’esperienza di questa civiltà è giunta fino a noi, qualcos’altro che s’è perso, in molti casi, andrebbe riscoperto.

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