"Pensa alla fine" in una brocca del XV secolo

“Pensa alla fine”

“Pensa alla fine”. Una riflessione sulla vita dal passato di Tuscania Andando a zonzo tra le sale del Museo Archeologico di Tuscania, famoso più per i suoi tesori di epoca etrusca, mi è capitato di osservare in una piccola e ben curata rassegna sul medioevo/rinascimento una brocca con la curiosa scritta: “Pensa alla Fine”. Immediatamente ho pensato alla famosa scena di “Non ci resta che piangere”, dove un oscuro predicatore comincia a urlare “Ricordati che devi morire!” a Massimo Troisi che impersona Mario, un bidello catapultato nel 1400 (quasi 1500) .

Troisi, affacciato da una balconata, inizialmente sembra stupito: “Come?”, risponde poco convinto, poi all’ incalzare del predicatore che continua a tuonare “Ricordati che devi morire!” replica con la sua tipica ironia. Chiedendo informazioni all’ archeologa del museo, ho scoperto che la brocca è stata rinvenuta, insieme a molti altri oggetti, nello scavo effettuato dalla British School at Rome nel 1973 in un “butto” tuscanese. Il termine “butto”, come è noto, indica il tipico “mondezzaio” medievale formato dalla stratificazione degli scarti della vita domestica. “Pattumiere” per la gente dell’epoca, ma che per noi contemporanei rappresentano ovviamente autentiche miniere di testimonianze che, a Tuscania in particolare, dopo il distruttivo terremoto del 1971, sono stati in gran parte saccheggiati. La brocca può essere datata proprio intorno al XV secolo e la scritta “pensa alla fine” rappresenta appunto il “memento mori”.

Museo di Tuscania

Un’esortazione: “Pensa alla fine”,! un’esortazione che può indicare nell’ottica religiosa dell’epoca a vivere “rettamente” e considerare l’imminenza della morte e di conseguenza il giudizio Divino. La frase infatti, deriva da un’usanza romana di bilanciare la superbia del generale vittorioso che entrava in trionfo dicendogli: “Respice post te. Hominem te memento” (“Guarda dietro a te. Ricordati che sei un uomo”), ha avuto in seguito altre fortune ed è stata adottata anche come motto dei monaci trappisti. Dunque, dato che la “nostra” brocca conteneva quasi certamente del vino, la scritta “pensa alla fine” potrebbe probabilmente intimare al “bere con moderazione”, ma di questo messaggio dal passato, quello che personalmente mi ha colpito di più è proprio il suo molteplice significato, una ambivalenza concettuale che spesso tendiamo a dimenticare.

“Pensa alla fine” infatti, oltre che a “vivi morigeratamente che il giudizio è vicino” può contemporaneamente significare “sbrigati a vivere che la vita è breve”. Due interpretazioni che possono rappresentare anche distinti modelli esistenziali di due epoche: il timoroso (e timorato) medioevo e la celebrazione della vita tipica del rinascimento.

Certamente è sbagliato considerare “in assoluto” cupo e oscuro il medioevo, così come il rinascimento non può essere limitato al “chi vuol esser lieto sia” di Lorenzo Il Magnifico e distante dalla rigidità morale “alla Savonarola”, ma in questo caso l’importante è soffermarsi proprio sulla dialettica tra due epoche che simbolicamente, in una delle datazioni più classiche, si avvicendano proprio nel 1492 che, non a caso, è proprio l’anno in cui vengono catapultati gli eroi di “Non ci resta che piangere”.

Massimo Troisi in “Non ci resta che piangere”

Infatti, nel film la missione di Saverio (Roberto Benigni), accompagnato da Mario (Massimo Troisi) è proprio tentare di dissuadere Cristoforo Colombo nello scoprire l’America, patria del ragazzo che ha abbandonato sua sorella (e secondo Saverio di molti mali contemporanei: “Non c’è un’americano bono in nessuna parte del mondo!”). La scoperta dell’America, anche se forse ha segnato “l’inizio della fine” del predominio del popoli del Mediterraneo verso un’ottica mondiale, possiamo prenderla come ideale linea di demarcazione tra due epoche e due modelli di interpretare la vita e la morte che, con tutte le loro contraddizioni, ritornano ciclicamente e che non vanno, come detto, presi in assoluto. Lo stesso famoso “carpe diem” di Orazio (Vìna liquès èt spatiò brevi spèm longàm resecès.

Dùm loquimùr, fùgerit ìnvida aètas: càrpe dièm (“Distilla il vino e taglia speranze eccessive, perché breve è il cammino che ci viene concesso. Mentre parliamo, già sarà fuggito il tempo invidioso: cogli l’attimo”) è tratto da una frase delle Odi che non sembra perdere il suo fascino originale e che è stata letta e riletta tra i secoli, abbandonata e riscoperta. In epoca moderna celebrata in un altro bellissimo film, The Dead Poets Society di Peter Weir (dove viene citato spesso anche Walt Whitman autentico simbolo della poesia “vitalista” e dell’American Dream), fino a comparire, ancora più recentemente, nelle t-shirt e nel diffuso citazionismo postmoderno dei social network, autentici “butti” delle idee nell’epoca dell’ipercomunicazione dove il presente tende ad essere eternamente dilatato.

E’ veramente curioso pensare come questa “piccola frase” sia riuscita a resistere dall’antica Roma, attraversare i tempi dei monaci e approdare “indenne” all’era di Facebook. Corsi e ricorsi, rivoluzioni e restaurazioni, medioevo e rinascimento vengono vissuti e rivissuti nella storia e ovviamente tanti sono i riferimenti, le citazioni e le riflessioni possibili sul messaggio “Pensa alla fine” del millequattro/quasimilleccinque. L’insegnamento principale di questa brocca esposta al Museo di Tuscania è probabilmente proprio questa molteplicità dei metodi di approcciarsi alla vita: se bere avidamente, o con moderazione, dalla sua coppa.

Questo è forse il segreto principale della longevità e della fortuna del Carpe Diem/Memento Mori o, per l’appunto, “pensa alla fine”. Metodi che, come medioevo e rinascimento, spesso si completano e sovrappongono senza una vera e propria linea di demarcazione (l’America stessa è simbolo di libertà, ma anche di potere, di vitalismo, ma anche esercizio del conformismo globale).

Questo, non solo nello scorrere di epoche diverse, ma anche nella nostra mente, nel nostro modo di giudicare e agire anche nell’arco di una singola ora e di un singolo momento. A ciascuno di noi è infatti lasciato il libero arbitrio di questa fondamentale scelta, ma forse una delle strade più geniali di “pensare alla fine” ce l’ha lasciata proprio Mario/Troisi quando al predicatore vestito di nero che gli urla “ricordati che devi morire” risponde: “vabbè, moh me lo segno”.

Scena tratta dal film “Non ci resta che piangere” di Massimo Troisi

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