Scalinata verso chiesa di Sant'Agnese, Proceno

Viaggio a Onano e Proceno, “Ultima Thule” del Viterbese

Andare a Onano e Proceno era una cosa che da ragazzino mi ero promesso di fare. Un po’ per scherzo, dato i curiosi nomi delle località e la loro ubicazione sperduta, si tratta dei comuni più a settentrione della provincia, e un po’ per curiosità, in virtù sempre del fatto che si trattava di luoghi poco frequentati.

A distanza di tempo mi sono deciso in modo estemporaneo, come mi è consueto fare e, quando la morsa dell’afa estiva ha allentato la sua presa sono partito i direzione di Acquapendente, altra cittadina che per me aveva il sapore di “terra di confine”: l’unico ricordo che per anni ne ho avuto è stato il viaggio, alla fine di un’estate che seguì la maturità, in una tiepida mattina di settembre in cui   mi recai a ritirare il diploma nell’istituto di cui la mia scuola era la sede distaccata.

Il mio piccolo viaggio verso “L’ultima Thule “ della provincia di Viterbo”, i suoi estremi confini settentrionali, a dire il vero dimenticati dai più. Eppure scoprirò che a volte, anche percorrendo non molti chilometri si può vivere una vera e propria esperienza odeporica. Curiosamente il mito dell’ultima terra conoscibile, nato con il poeta latino Virgilio e poi proseguito nel Medioevo, è indicato proprio dalla parola Thule che deriva dall’Etrusco “tular”, che appunto significa “confine”.

Superato il centro cittadino non trovo nessuna indicazione che di mi dice chiaramente in che direzione andare per raggiungere Proceno, così volgo a sinistra  dove trovo il segnale che illustra la direzione per Onano. Attraversare la strada Onanese mi porta alla prima vera sorpresa di questa “gita fuori porta” non programmata: gli alberi dalle folte fronde ancora verdissime che si trova ad ambo i lati della carreggiata la cingono costituendo un suggestivo scenario.

Superato il cartello che mi dà il benvenuto a Onano non trovo nessun segnale indicante il centro cittadino ma intuisco facilmente che devo salire a destra, dove sono presenti i segnali dei carabinieri e della piscina comunale. Lascio l’auto al primo parcheggio disponibile: uno spazio di fronte a un piccolissimo parco giochi, all’incirca lungo quindici metri. Pochi passi dopo, sempre sullo stesso lato della strada, trovo un bar popolato dagli immancabili anziani che giocano a carte e decido di entrare per avere il primo contatto con i locali. Prendo un ginseng, da come il barista risponde alla mia richiesta ripetendo il nome della bevanda si direbbe che per lui ritratti di una richiesta inconsueta. Sorseggiata la bevanda da un sapore che si avvicina più alla cioccolata che al ginseng, colgo l’occasione per chiedere all’avventore qual è la strada per Proceno: “Procedi in direzione di Siena poi prendi a sinistra” mi dice garbatamente. Continuo lasciandomi trasportare dalla strada in linea retta, con la speranza di arrivare al centro cittadino: noto che sembra più facile incontrare bambini, spesso di età prescolare, rispetto a quando sono abituato. A sinistra trovo un arco con una strada secondaria che offre la vista a un grazioso scorcio dove si scorge la stretta Via Epifania, alla quale si affacciano vecchi portoni, in più di un’occasione coperti da un tettuccio.

Arco Via Epifania, Onano

Proseguo e trovo una madre che richiama animatamente la figlia parlando con un marcato accento romanesco: mi colpisce il fatto che la bambina risponda invece in italiano corretto, senza  inflessioni. Alla fine via mi pone di fronte a un bar popolato da molti uomini anziani che stanno fuori l’entrata. Tra questi osservo con piacere uno di questi col codino: bisogna avere un filo di coraggio per conciarci così in un paesello così sperduto a quell’età! Devo dire che l’inconsueta scelta estetica gli si addice e non posso che provare un filo di ammirazione di questa persona che deve aver sfidato qualche preconcetto e qualche malelingua paesana. Procedendo brevemente in salita si trova la piazza principale con il municipio e di lato un altro bar. Al bancone trovo una ragazza carina, dai capelli castani e molto magra ma con delle gambe toniche, con cui intraprendo una breve conversazione su come vanno le cose nella sua città. Penso che a venti anni, questa è l’età che al massimo lei abbia, non sia probabilmente così soddisfatta di dover lavorare in un bar di questo paesello, anche se d’altra parte è un indizio che si tratta di qualcuno che sa rimboccarsi le maniche. Mi dice che i turisti non vengono più come una volta in quanto l’albergo che prima li ospitava ora è diventata dimora dei migranti. Quel che forse poteva portare un po’ di novità in quanto piccolo diversivo, oltre che qualche soldino nelle casse dei locali, così viene meno.

Noto che ha un tatuaggio sul braccio recante un motto audace che pare confermare le mie impressioni su di lei “Don’t dream your life, live your dream” (Non sognare la tua vita, vivi il tuo sogno) e prima di andarmene dopo aver sorseggiato il mio crodino e sgranocchiato qualche nocciolina, mi congedo strappandole un sorriso dicendo “Spero che quel che hai scritto sul braccio per te diventi realtà”. Sulla via del ritorno verso la mia macchina vengo fermato da un bambino in bicicletta che con un insospettabile sfoggio di buone maniere mi chiede di apprezzare un biglietto della lotteria e io, con altrettanto garbo rifiuto.

Torno al volante e noto che il cielo è cominciato a rabbuiarsi: per visitare anche Proceno non bisogna indugiare! Tornando indietro e lasciandomi alle spalle Acquapendente mi colpisce un cartellone che mi ricorda che Siena dista meno di 90 chilometri: la Toscana è davvero a un passo.

Giro a sinistra e prendendo una strada abbastanza trascurata che immagino facilmente buia pesta di notte fonda, per poi trovare una ripida salita che mi riserva una sorpresa: alla sua destra c’è una bella chiesa gotica con un imponente rosone, questo è l’elemento che mi colpisce maggiormente: non posso far altro che parcheggiare la macchina provvisoriamente sul ciglio che guarda a uno strapiombo e avvicinarmi per ammirarla meglio. La vetrata, parzialmente coperta dalle fronde degli alberi. Il fatto che il rosone sia il parte nascosto ai miei occhi fa sì che essa abbia un pizzico di fascino misterioso in più.  Proprio davanti ad essa c’l’insegna dell’inizio del centro abitato Di Proceno: un bel benvenuto, non c’è che dire. Si tratta di della Chiesa di San Martino, datata attorno all’inizio del XIII secolo, il suo colore rossastro è quello del travertino. Alle sue spalle, a sinistra, fa capolino un campanile a vela che parte una decina di metri sotto la chiesa per poi svettare si essa per appena qualche metro.

Avanzo per pochi metri trovando un parcheggio comodo comodo sulla sinistra che sembra lasciato lì apposta per me, poi comincia il mio cammino a piedi per il centro del paese: un percorso ripido mi aspetta, dato che sta su un pendio. Dopo poco vengo colpito da una scalinata di cemento dai gradini ricorperti di muschio, mentre essa è circondata da due muri, uno più alto e uno più piccolo, da cui si affaccia la verde vegetazione che sembra sul punto di straripare.

Scalinata verso chiesa di Sant’Agnese, Proceno

Proseguo e raggiungo questa piccola cappella dalla caratteristica forma circolare, che viene circondata da uno spiazzo delimitato da un muretto che concede una gradevole visuale delle colline rigogliose. Proseguo seguendo la direzione del muro di destra, che sotto di esso a destra fa scorgere dall’altro i tetti consunti di un gruppo di abitazioni, mentre volgendo lo sguardo davanti a sé si può osservare la Chiesa di San Salvatore, la stella polare della topografia procenese, situato com’è al centro in una piazza da cui si dipanano tre rioni. La facciata è divisa in due: la parte inferiore è un tufo squadrato non intonacato, mentre quella superiore è invece intonacata e presenta un arco gotico in travertino ornato con lunette di cotto ospitanti le statue della Madonna del Bambino e degli angeli.

Centro di Proceno, Chiesa di San Savatore

Proseguo ancora e mi trovo ai piedi del castello, che per forma mi ricorda quello di Torre Alfina, ma è decisamente di dimensioni inferiori. A quell’ora della sera, passate le venti, il paese sembra pressoché disabitato e il suo silenzio sembra creare un’atmosfera di piacevole intimità, da intendersi come preludio di una nuova e rigenerata apertura al mondo esterno, anziché a una chiusa monastica.

Arrivo fino a Porta Fiorentina: vorrei inoltrarmi ancora spinto dalla mia insaziabile curiosità ma si sta facendo notte e ormai ho visto la maggior parte di quello che c’è da vedere. Chiedo a un ragazzo tarchiato dal viso tondo, con barba e capelli rossi, qual è la strada più rapida per tornare alla Chiesa di San Martino, in prossimità della quale avevo lasciato l’automobile. Mi risponde con garbo e attenzione ai dettagli, poi ci salutiamo e comincio ad andare. Lui però si volta e mi richiama: gli è venuta in mente una scorciatoia: “Prendi dritto qui davanti in questa discesa, poi giri a sinistra e continui dritto”. Al momento di prendere la biforcazione temo un  po’che abbia tralasciato qualche dettaglio e che stavo per lasciare qualche passaggio, invece la sua spiegazione era impeccabile: impossibile non pensare alle volte in cui si ricevono istruzioni pressapochiste e superficiali se non addirittura sballate: ogni tanto invece ci si può fidare. Quasi giunto a destinazione trovo un signore di mezza età dal viso lungo e il naso grande che trattiene un cane di grossa taglia con cui passeggiava, che era incuriosito dalla mia presenza. Il signore mi saluta con garbo e tranquillità “Come è facile essere salutati da degli sconosciuti quando nei paraggi non c’è nessuno” penso tra me e me. Colgo l’occasione e intrattengo una piacevole conversazione con il procenese, che sembra esser dotato di buona cultura. Esprimo la sorpresa per la scoperta di un paese così bello.

“Sì, è molto bello. E potrebbe essere ancor di più se venisse valorizzato. Ti fermi vero?”

“No, vado a casa  ora. Ma, anche se non ci ero mai stato prima, sto qua vicino: ci torno di sicuro”.

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