Viterbo a San Pellegrino in Fiore: particolare fontana medioevale

Viterbo papalina ed il ruolo giocato da Carlo I d’Angiò negli equilibri geopolitici del Mediterraneo

Viterbo, ormai si sa bene, sta a cuore alla storia d’Europa e la storia d’Europa rende i dovuti omaggi ad una cittadina che, se pur non sempre doverosamente conosciuta dai propri abitanti, ha svolto un ruolo importante nella definizione degli equilibri geopolitici europei; tanto nel Medioevo, quanto in età moderna. Le vicende che tra il 1261 ed il 1268 ebbero come protagoniste le lotte tra guelfi e ghibellini, si vedranno rappresentate nelle battaglie di Benevento e Tagliacozzo, sul cui sfondo Viterbo giocò un ruolo centrale in quanto sede papale.

Quadro storico

Ci troviamo nel periodo compreso tra il 1261 ed il 1264, a cavallo tra il pontificato di Papa Urbano IV e quello di Clemente IV, quando Manfredi di Sicilia, rappresentante della causa ghibellina, minacciava il cattolicesimo ed il ruolo della Chiesa.

In seguito alla morte del padre, Federico II di Svevia, Manfredi rappresenterà la linea di continuità del progetto di supremazia imperiale e la necessità di contrapporvi un esercito in armi di fede cattolica diverrà sempre più impellente per il papato.

Fu così che nel 1261 Papa Urbano ricercò l’alleanza di Carlo I d’Angiò, attraverso un trattato che venne completato nel 1264 dal successore Clemente IV. In questa trattativa giocò un ruolo centrale il potente cardinale Riccardo Annibaldi, il quale aveva già condizionato gli eventi nominando Carlo I senatore di Roma e, quindi, governatore della città.

Nominato Re di Sicilia, Carlo I d’Angiò darà battaglia a Manfredi sconfiggendolo nella celebre battaglia di Benevento, nel febbraio del 1266. La nomina a re di Sicilia ( e quindi al controllo di tutta l’Italia del Sud) sarà cruciale, poiché il dominio della casa degli Hohenstaufen era forte proprio in quella zona. Solamente con lo scopo di acquisire il controllo di quelle terre Carlo I avrebbe dato il suo impegno nell’ardua impresa di supportare la causa guelfa dando battaglia ai ghibellini di Manfredi. In questo modo avrebbe permesso al Papa di liberarsi di una minaccia infingarda per la causa del cattolicesimo.

Ruolo strategico di Carlo d’Angiò per la supremazia guelfa in Italia

In realtà la vittoria di Carlo a Benevento non fu un evento decisivo per la vittoria del cattolicesimo sulla casata degli Hohenstaufen, poiché il vero sovrano legittimo del Regno di Sicilia sarebbe dovuto essere Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e nipote di Federico II. Manfredi aveva infatti sfruttato l’occasione di una falsa notizia in merito alla morte di Corradino, per usurparne il trono. Alla morte del Manfredi Corradino era pronto a rivendicare le sorti egemoniche della sua famiglia. Ora più che mai al Papa serviva il saldo e fermo appoggio degli Angioini in Italia  e fu così che proprio a Viterbo consegnò, a mezzo di un accordo, la Toscana nelle mani di Carlo I.

Riccardo Annibaldi, assieme ad altri cardinali romani, fece pressione su Clemente IV perché Carlo I fosse nominato paciere di Toscana, andando contro il volere dei baroni locali, senesi e pisani, che vedevano minacciata la loro supremazia nell’area. Al Papa, che sentiva la pressione incalzante di Corradino sui suoi domini, non restava che affidarsi nelle mani dell’Angiò, consegnando lui il controllo della Toscana con quell’accordo firmato a Viterbo nel 1267.

Alla firma dell’accordo il Papa non era molto entusiasta, ne è prova un’epistola riportata dal cronista viterbese Cesare Pinzi nella quale Clemente esortava Carlo a mantenersi con un accampamento fuori le mura cittadine ed attendere di essere formalmente ricevuto in seguito ad uno scambio di messaggeri. A questo proposito il Papa citò l’episodio degli Imperatori Romani che, quando si recavano dal Pontefice, erano soliti accamparsi fuori e rispettare i tempi d’accoglienza da questo imposti.

Carlo I diplomaticamente rispettò la richiesta, sapendo con certezza che lo sbarazzarsi della minaccia ghibellina ai confini del Patrimonio di San Pietro, era  quanto di più urgente il Papa avesse per la mente. Riccardo Annibaldi era così smanioso che quell’accordo fosse concluso al più presto, che fece ogni pressione sul Papa.

In effetti, grazie all’aver spianato la strada agli Angioini sul suolo italiano, i guelfi si assicurarono la supremazia assoluta in Italia. Questa venne definitivamente imposta nel 1268 con la Battaglia di Tagliacozzo, con la quale Carlo I sbaragliò le truppe di Corradino, catturando quest’ultimo e facendolo poi giustiziare a Napoli.

Mire espansioniste di Carlo sul Mediterraneo

L’intento di Carlo I d’Angiò era quello di espandersi creando un vasto Impero del Mediterraneo sotto l’egida del suo comando. Le reali intenzioni dell’Angioino sono dimostrate dal poco noto, ma sicuramente di fondamentale importanza, Trattato di Viterbo.

La reale svolta per Carlo I di Francia venne rappresentata proprio da questo secondo trattato, concluso a Viterbo il 27 maggio del 1267, alla presenza di Clemente IV. Prima di addentrarci nel dettaglio di questo trattato, occorre precisare che esso rappresenterà la giustificazione formale della politica espansionista nel Mediterraneo di Carlo I, nonché la sua legittimazione. Questo trattato consacrerà formalmente e sostanzialmente la politica angioina come il baluardo difensivo del cattolicesimo in Europa e in Oriente.

Il Trattato di Viterbo del maggio 1267

La stipula del Trattato di Viterbo avvenne fra Baldovino II di Gerusalemme, ultimo dei sovrani Latini d’Oriente, e Carlo I d’Angiò sotto la benedizione del Papa. Quest’episodio rappresentò un colpo di fortuna per l’Angiò, visto che a quel tempo l’Impero Latino d’Oriente se la passava davvero male. La causa va ravvisata nelle continue incursioni di Bulgari, Niciani ed Epiroti. Inoltre l’Impero era finanziariamente spossato e riusciva a reggersi solo grazie al supporto dei veneziani e dei tributi. Addirittura Baldovino II dovette vendere, in giro per l’Europa, numerosi reperti, tra cui una misteriosa corona di spine, che venne ceduta ad un mercante veneziano in cambio di una cospicua somma d’oro.

Come ultima speranza Baldovino si recò in Italia ricercando l’appoggio di Carlo I, il quale concesse il suo supporto in cambio di alcune condizioni che avrebbero comportato un coinvolgimento decisivo e totale della famiglia francese degli Angioini nella politica d’Oriente.

L’accordo prevedeva infatti il reciproco impegno, in forze e armamenti, per la riconquista del pieno controllo sull’Impero di Costantinopoli, ma avrebbe comportato anche un piano di spartizione dello stesso dopo l’eventuale vittoria. Il figlio di Baldovino II, Filippo di Couternay sarebbe andato in sposo a Beatrice, figlia di Carlo I. Quest’ultimo si sarebbe quindi  impegnato ad armare il sovrano latino con un esercito ed una marina per aiutarlo a restaurare il suo Impero, ormai ridotto alla sola Costantinopoli con appena 35 mila abitanti.

Carlo d’Angiò si apre la strada nel Mediterraneo orientale

Alla fine l’accordo coinvolse anche il principe di Acaia Guglielmo II di Villehardouin che, stremato dai bizantini, decise di legarsi agli Angiò. Guglielmo II concederà in sposa la sua erede all’altro figlio di Carlo e lo aiuterà nella battaglia di Tagliacozzo.

Carlo I riuscì a sfruttare, a suo vantaggio, il terrore del papato per la minaccia dilagante dei ghibellini e della casata di Svevia in particolare. Nello specifico, nel 1263, Urbano IV aveva ricercato l’appoggio di Carlo per sbaragliare il dominio di Manfredi dall’Italia, successivamente Carlo venne visto come la sola speranza anche da Clemente IV, per la minaccia infinita della casata di Svevia, incarnata ora nella persona di Corradino. Carlo fu così forte da estirpare il dominio degli Hohenstaufen dall’Italia e securizzare la posizione guelfa nella Penisola.

Ebbe poi la fortuna la quale, per la letteratura militare, da Sun Tzu a Clausewitz, a Jomini, vale più del valore, di ritornare utile anche ad un sovrano latino decaduto. Baldovino II, vedendo l’Angiò come la sua ultima speranza, legò ad esso le sue sorti e gli aprì di fatto una testa di ponte in Oriente, dando seguito alla sua brama espansionistica nel Mediterraneo.

 

Bibliografia I e II parte:

  • Cesare Pinzi volume II Storia della città di Viterbo
  •  John Julius Norwich, Bisanzio, Milano, Mondadori, 2000.
  • G. Ostrogorsky, “I Paleologhi”, in Storia del mondo medievale, vol. III, 1999, pp. 559–618
  • K. M. Setton, “I latini in Grecia e nell’Egeo dalla quarta crociata alla fine del medioevo”, in Storia del mondo medievale, vol. III, 1999, pp. 619–658
  • M. Dinic, “I Balcani (1018-1499)”, in «Storia del mondo medievale», vol. IV, 1999, pp. 596–64
  • Austin Lane Poole, “L’interregno in Germania”, in «Storia del mondo medievale», vol. V, 1999, pp. 128–152
  • Previté-Orton, “L’Italia nella seconda metà del XIII secolo”, in «Storia del mondo medievale», vol. V, 1999, pp. 198–244
  • Charles Petit-Dutaillis, “Luigi IX il Santo”, in «Storia del mondo medievale», vol. V, 1999, pp. 829–864
  • Edward Armstrong, “L’Italia al tempo di Dante”, in Storia del mondo medievale, vol. VI, 1999, pp. 235–296
  • Hilda Johnstone, “Francia: gli ultimi capetingi”, in Storia del mondo medievale, vol. VI, 1999, pp. 569–607
  • Paul Fournier, “Il regno di Borgogna o di Arles dall’XI al XV secolo”, in «Storia del mondo medievale», vol. VII, 1999, pp. 383–410
  • Francesco Benigno e Giuseppe Giarrizzo, Storia della Sicilia, vol. 3, ed. Laterza, Roma-Bari, 1999, ISBN 88-421-0535-X
  •  Ferdinand Gregorovius, Storia della Città di Roma nel medioevo, Torino, Einaudi, 1973.
  • Michele Amari, La guerra del vespro siciliano, Parigi, Baudry, 1843.
  •  Franco Cardini e Marina Montesano, Storia Medievale, Le Monnier, Firenze, 2006
  •  Salvatore Tramontana, Il mezzogiorno medievale etc., Roma, Carocci, 2000.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *