Roccalvecce castello Costaguti
Roccalvecce veduta di castello Costaguti

Roccalvecce sullo sfondo delle vicende del Patrimonio di San Pietro e del medioevo viterbese

Roccalvecce mostra alla storia la controversa origine del suo nome. Alcune fonti vogliono tale appellativo derivare dalla “veccia”, pianta rampicante appartenente alla famiglia delle papiglionacee, ma la stessa viene anche menzionata per identificare delle leguminose che crescono nella zona della Tuscia. Secondo altre fonti, sempre riportate in calce all’articolo, il “Veccio era il custode del castello di Roccalvecce, passato di mano in mano tra le illustri famiglie di nobili locali, non da ultimi i Gatti e i Baglioni, potentissimi nella Teverina.

 La storica bataglia tra Romani e Viterbesi

Si narra che proprio nel corso della sanguinosa battaglia tra Romani e Viterbesi, venisse ucciso il nobile condottiero Rinaldo del Veccio, nel lontano 1199. L’incertezza sta nell’attribuire a questi il ruolo di feudatario del castello, o di semplice custode preposto a guardia di quell’importante pilastro del Patrimonio di San Pietro.

Nel Medioevo il castello di Roccalvecce, oggi appartenente alla famiglia Costaguti, ricopriva un ruolo cruciale come baluardo della dominazione ecclesiastica, avanzata da Innocenzo III, con l’istituzione delle cinque Province: Marca Anconitana, Ducato di Spoleto, Provincia Romandiolae, Patrimonio di San Pietro, Campagna e Marittima. Di fatto Innocenzo III, tra il 1198 ed  il 1216, puntò a ricostituire, in tutta la sua magnificenza ed estensione, l’insieme dei Patrimonia della Chiesa, formatisi a partire dall’editto di Costantino nel 313. Questi possedimenti si erano poi ampliati ed estesi per effetto delle donazioni dei fedeli. Nel corso dell’VIII secolo, per effetto delle invasioni dei Longobardi e degli Arabi, il Patrimonium si ridusse considerevolmente.

il tentativo di Innocenzo di restaurare il Patrimonium

Roccalvecce rappresenta dunque un esempio storico lampante, nonostante i successivi rifacimenti in chiave rinascimentale e barocca, di un baluardo difensivo medievale. All’epoca del tentativo di restaurazione della dominazione pontificia, Papa Innocenzo III divise quello che sarebbe dovuto ritornare “l’impero” ecclesiastico in 5 province e ad ognuna assegnò vari funzionari di nomina papale; i rettori. Successivamente verrà documentata la nomina di un rettore generale, al quale avrebbero fatto capo i rettori minori, il quale sarebbe stato ai diretti ordini del Papa.

La Provincia del Patrimonio di San Pietro includeva la Provincia di Viterbo e Civitavecchia, le quali costituivano, assieme all’Umbria e alla Toscana, quella che è ravvisabile come Tuscia suburbicaria.

Non è dunque da escludere che il “Veccio”, di cui si parla, potesse essere stato uno dei vicari della Chiesa di Roma; messo a custodire uno dei presidi più importanti che diverrà nel 300 parte del Patrimonio di San Pietro, che un anno prima Innocenzo si era adoprato nel ricostituire.

Quello che è certo, indipendentemente da dove Roccalvecce derivi il proprio nome, è che nel 1199, all’interno del proprio castello, un Vecchio morì. Cadde sotto l’incalzante subbuglio della guerra fra Romani e Viterbesi.

Il ruolo diplomatico giocato da Vitorchiano nella disputa tra Romani e Viterbesi

Galeotta fu Vitorchiano e quel suo castello che tanto fece gola ai Viterbesi. Questi s’erano messi in testa di dover espugnare quella cittadina a tutti i costi. Fu così che i Vitorchianesi ricercarono l’aiuto dei Romani. Il motivo per cui questi non negarono loro il proprio supporto fu che ai ghibellini fra di loro stava a cuore quella conseguente strategia diplomatica che avrebbe potuto comportare la disfatta del Papa.

I nobili romani si dissero infatti che se avessero appoggiato la causa della piccola Vitorchiano, avrebbero costretto il Papa alle corde: qualora questi fosse intervenuto in aiuto ai Romani, i Viterbesi sarebbero insorti contro di lui, qualora invece il papa avesse negato il proprio appoggio ai Romani, quest’ultimi gli si sarebbero ribellati. Non a caso Innocenzo III ammonì più e più volte i Viterbesi di lasciar perdere contro Vitorchiano, ma questi si rifiutarono di dargli ascolto. Il cronista e storico Cesare Pinzi definisce i cittadini di Viterbo come “baldanzosi delle proprie forze”, riottosi nei confronti dei moniti papali e determinati nel voler dar battaglia a chiunque li ostacolasse nel loro perverso quanto ambizioso disegno.

Da parte loro i Romani erano decisi a riparare l’onta del supporto viterbese al Barbarossa, quando nel 1167 aveva mosso guerra all’Urbe. Risale proprio al 1199, anno dell’assassinio del “Veccio”, quella prima pergamena con cui Innocenzo mosse il monito papale che i Viterbesi ignorarono.

Come volsero le sorti di quella battaglia, non è il momento di rammentare. Quel che conviene ricordare ora è invece come il castello di Roccalvecce fu un centro importante della vita politica locale fino a tutto il XVII secolo. Dopo essere stato conquistato da Ottone IV, nella battaglia contro Innocenzo III, venne recuperato dai Viterbesi stessi.

Controversie tra Ottone IV ed Innocenzo III per il controllo del Regno di Sicilia

La guerra che coinvolse Ottone IV ed Innocenzo III fu importante poiché Ottone venne eletto re di Germania nel 1198 dalla fazione guelfa, sarà appoggiato dal Papa che vorrà in tutti i modi impedire a Federico II di Svevia di unificare il Regno di Sicilia ed il Sacro Romano Impero sotto il suo comando. Verso i primi del 1200 Ottone ricercò un’intesa con i ghibellini e si decise a voler restaurare l’egida di una supremazia imperiale spingendosi con le sue truppe fino al Regno di Sicilia.

Nel 1254 il Castello di Roccalvecce verrà riscattato da un ceppo della famiglia dei Monaldeschi, da Corrado ed Ugolino d’Uffreduccio. Dopo il disastro della Cattività Avignonese e dopo la guerra del 1300 che devasterà il Patrimonio di San Pietro nella Tuscia, il castello passerà nel XV secolo alla famiglia Gatti.

Quanto accadrà da qui in poi sarà oggetto di successive ricerche ed analisi, per evitare di cader vittime dell’entusiasmo e cavalcare con troppa foga l’impeto di un’avventata e poco esaustiva rassegna storica.

Bibliografia:

Appendice Bibliografica:

  • Feliciano Bussi: Istoria della città di Viterbo
  • Nicola Della Tuccia: Cronache di Viterbo e di altre città.

1 Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *