Processi della Stregoneria nel Viterbese: Parte 2 – Testimonianze sul territorio

Nella seconda parte del convegno incentrato sulla stregoneria della Tuscia lo storico Giancarlo Breccola ha esposto i risultati delle sue ricerche condotte nell’archivio diocesano di Montefiascone, ora però custodito a Viterbo: gli atti giuridici dei processi costituiscono uno spaccato significativo di quella che era la vita in un’epoca che non c’è più tanto da sembrare qualcosa di fiabesco, eppure si tratta di un aspetto sociale e civile che ha influenzato pesantemente le vite dei nostri antenati.

1347: Rita di Angeluccio a Viterbo
Conosciamo l’epilogo della vicenda ma non com’è iniziata: sappiamo che il camerario del comune di Viterbo annotò le speso per il rogo della condannata. All’epoca venivano ingaggiati del malfactores, dei torturatori che dovevano strappare le carni con tenaglie, in un’esibizione strabordante di terrore e crudeltà.

1384: Donna Mitra di Orvieto
Venne condannata a 10 giorni di carcere, per poi venir liberata alla condizione di non tornare più ad Orvieto: se avesse infranto l’esilio tornando nella città natale sarebbe stata frustata e incarcerata a vita.

1428: Matteuccia di Todi

Venne condannata alla pena capitale con l’accusa di aver iuccisio dei bambini tramite la suzione di sangue: doveva essere bruciata secondo i suoi condannatori con l’intento di far staccare l’anima dal corpo

1507: Evangelista e Menicuccia di Civitella

Venne bruciata viva con l’accusa di aver fatto ammalare dei bambini.

1567: Donna Laurizia di Vetralla

La storia fu una dimostrazione di grande coraggio: senza alcuna prova venne interrogata sotto tortura e non confessò la propria colpevolezza, nonostante le atroci sofferenze cui venne sottoposta. Alla fine venne assolta.

1588: Donna Prudentia del Fochetta di Blera

La sua vicenda è un chiaro esempio del clima di terrore che tendeva a fare tutte vittime: accusatori e accusati, per questo la caccia alle streghe fu un chiaro esempio di come la paura e il senso di colpa possano essere un formidabile strumento di controllo sociale.
Donna Prudenzia venne incolpata da un’altra donna di aver morso una bambina, la figlia di questa, e di aver volato su di una scopa. L’accusatrice venne a sua volta accusata di stregoneria e le accuse caddero ancora su altre donne blerane, fino a coinvolgere quasi tutto il paese. Non c’è un atto risolutivo ma è probabile che nessuno sia stato condannato.

1631: Angela Baghina di Valentano
Si trattava probabilmente di una prostiututa che venne accusata di aver fatto ammalare dei bambini, venne multata ma non uccisa.

13 febbraio 1640: Francesca moglie di Michele Lotti di Ischia denuncia Livia Ottaviani come strega

Qui si toccano i toni della commedia, strappando qualche sorriso divertito: l’accusa è di aver “guastato” facendo ammalare una ragazza e un bambino: era tipico che l’accusatore incolpasse di stregoneria qualcuno per le malattie dei figli. Livia risponde all’accusa di Francesca asserendo di aver trovato l’altra donna nel letto con suo marito e su questa dichiarazione c’è una testimonianza del 25 maggio 1640.
Siccome il Vescovo di competenza era quello di Castro che ormai non c’era più e la città, un tempo prospera, venne distrutta dopo 9 anni, gli attori della vicenda si rivolsero al Vescovo di Montefiascone.
L’interrogatorio così proseguì in un luogo chiamato Del Vecchio Carcere e lì Livia venne rinchiusa.
Il 17 agosto dello stesso anno Livia venne prosciolta dalle accuse e per il suo stato di povertà le furono risparmiate le spese processuali, così lei infine dovette dichiarare di non aver commesso alcun atto di stregoneria.

Luoghi noti per essere infestati dalle streghe

Il Lago di Mezzano, attualmente nel territorio del comune di Valentano, era considerato infestato da queste presenze maligne, al punto da diventare un luogo evitato dalla gente. Si dice che uno dei coloni, armati di bastone e protetto dall’invocazione del SS. crocefisso di castro, scacciò le streghe con le maniere forti.

Montefiascone

“Montefiascone è de streghe, do se va se vede”: la cittadina falisca era considerata un punto d’incontro importante per la sua visibilità.

Il bivio della Strada Croce: si dice che dopo Mezzanotte di ogni venerdìsi riunivano le streghe e un uomo senza testa per ballare danze macabre.

Case del Cempene, nella Frazione Mosse

Si tratta di un podere dove si narrava circa la presenza di streghe: di notte giungeva il diavolo in persona a tenere lezioni di stregoneria alle maligne.

Storia di Mariano il Pescatore e della strega Rosina

Questa vicenda è ambientata sulle rive del lago di Bolsena ma viene narrata con leggere varianti in molte località lacustri d’Italia.
Il protagonista Mariano, appunto di professione pescatore, ogni mattina trovava la sua barca spostata. per trovare risposta al mistero, sabato notte si nasconde in barca e poi vede arrivare un gruppo di 6 donne. Una di loro dice ” Per 6 si vada”. Siccome a bordo c’era il pescatore nascosto e le persone erano quindi erano sette non accadde nulla, ma quando questa disse “Per 7 si vada” la barca si librò in cielo volando fino a raggiungere l’Isola Martana, dove si celebrò il Sabba. Mariano tra le streghe, con sua grande sorpresa,riconobbe la fidanzata Rosina e, senza farsi accorgere prese dei ciuffi di Stramonio, erba usata dalle streghe.
I due giovani si incontrarono in chiesa, lui estrasse dalla tasca l’erba e la mostro alla ragazza. Lei rimase bloccata per poi trasformarsi in civetta e volare via. Lui decise poi di prendere in sposa un’altra donna.

Due “luoghi della paura” erano considerate la Caprarella di Sant’Antonio e dalle “Grotte del Cataletto”.

Quest’epoca tramontò in Europa quando la superstizione vene sostituita dal buon senso, almeno in questo caso. Il passato affascina parlando di noi: certe situazioni vengono superate, come per fortuna la Caccia alle Streghe, ma le lezioni che si possono trarre restano sempre attuali, al di là della forma che assumono nelle varie epoche.

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