Cunicolo di scolo dei Falisci

La civiltà dei Falisci sulle orme di un antico e straordinario popolo

I sistemi di approvvigionamento, conserva e smaltimento delle acque, le opere di fortificazione, il taglio di fossati artificiali, i resti di edifici templari, i bronzi e gli ori dei corredi funerari ci restituiscono, anche se incompleta, l’immagine di una civiltà evoluta, con una propria organizzazione socio-politica ed in possesso di conoscenze tecnico-scientifiche avanzate. Inoltre la presenza di prodotti orientali e di vasi attici, importati dall’Ellade, indica un popolo aperto a scambi commerciali di vasto raggio.

L’economia di questo popolo era fondata precipuamente sull’agricoltura e sull’allevamento. I Falisci infatti praticavano la coltivazione degli alberi da frutta e del lino, la viticoltura, l’allevamento dei buoi, degli ovini e dei caprini e l’apicoltura. Non mancò peraltro l’attività artigianale legata alla ceramica con l’impianto di officine di alto livello qualitativo. Se l’arte di modellare la creta ha avuto un particolare sviluppo in Italia e in Etruria (elaboratam hanc artem Italiae et maxime Etruriae – Plinio, XXXV, 157), Falerii Veteres costituì uno dei centri più importanti di produzione. Tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII secolo predominano manufatti ad impasto rossastro o simile al bucchero con ornati plastici, graffiti o decorati ad excisione: i grandi holmoi, usati per sostenere le olle per mescere il vino, i kantharoi.

Nei secoli successivi si affermano stili come quello orientalizzante protocorinzio e corinzio, ma è soprattutto l’afflusso della ceramica attica ad esercitare, proponendosi come modello di perfezione formale, una decisa influenza sulla scuola locale. Anzi lo sviluppo della ceramografia falisca del IV secolo è da alcuni studiosi messa in relazione con l’immigrazione di artisti greci a Falerii Veteres dopo la guerra del Peloponneso.

I prodotti che escono dalle botteghe falische (hydriai, kylikes, oinochoai, stamnoi, skyphoi, aryballoi, crateri a campana, crateri a colonnette) sono di pregevole fattura ed esprimono una mirabile raffinatezza figurativa; ad es. lo stamnos del pittore Diespater, l’oinochoe con l’Amazzonomachia e la morte di Atteone, il cratere nel quale è raffigurato Kephalos rapito da Aurora.

La coroplastica si distingue per la produzione di ornati fittili delle sovrastrutture templari: antefisse, gruppi acroteriali o frontonali, lastre modulari di rivestimento (antepagmenta).
Anche in questo caso il modello è l’Ellade: le esperienze di grandi scultori come Skopas, Prassitele e Lisippo si trasfondono in un contesto culturale diverso che ne assimila le connotazioni artistiche più significative: la statua di Apollo dello Scasato, della prima età ellenistica, se ricorda da vicino la scultura lisippea di Alessandro Magno, sta a dimostrare che quei valori formali ed espressivi erano stati compresi fino in fondo.
Importante fu anche la religione. Sulle divinità indigete ( epiteto di alcune divinità degli antichi Romani), venerate dai Falisci, sui riti al loro culto connessi “non abbiamo che notizie imprecise e controverse”. Perciò, per tracciare un profilo, dobbiamo rifarci alle fonti letterarie e storiche, integrandole, ove possibile, con documenti epigrafici (menzioni di teonimi, dediche, invocazioni), archeologici (complessi templari, sacelli, are, ex voto), ed iconografici (statue, effigi). Le iscrizioni ad esempio ci attestano il culto di Mercurio, di Cerere, di Libero, di Minerva. L’associazione di quest’ultima in una triade pari a quella capitolina è testimoniata, almeno per l’età romana, da una lamina di bronzo con iscrizione in versi saturni, proveniente da Falerii Novi (CIL XI, 3078). Sappiamo, inoltre, che un tempio a Minerva capta fu dedicato sul Celio, in seguito alla conquista di Falerii Veteres, verosimilmente dopo aver asportato dalla città un simulacro della dea.

Forre di Corchiano epoca dei Falisci

Un particolare culto doveva essere dedicato al dio Apollo: il suo nome figura nella forma aplografica Apolo, su una patera oggi perduta. Dal libro XI dell’Eneide (Aen. XI, 785) ricaviamo la solenne invocazione: “Summe deum, sancti custos Soractis Apollo”, che il commentatore Servio chiosa con la notizia relativa all’istituto sacerdotale degli Hirpi. A completamento interviene un passo di Plinio (NH, VII, 19), che riferisce un rito di pregnante significato magico-religioso: “Non lontano dalla città di Roma, vivono nell’Ager Faliscus alcuni gruppi familiari chiamati Hirpi. Costoro durante le celebrazioni annue in onore di Apollo, sul Monte Soratte, pur camminando a piedi scalzi sui carboni ardenti, non si bruciano e pertanto, in base ad una legge del Senato, sono esenti dal servizio militare e da altri obblighi”. Il santuario di Apollo sorgeva sulla vetta più alta del Soratte (691 mt.), sulle rovine del quale fu innalzata dopo il trionfo del Cristianesimo, una chiesa in onore del papa San silvestro, che, secondo la leggenda, si era lassù rifugiato, per sfuggire alle persecuzioni.

Ed il Soratte si situa in un’area interessata, fin dalla remota antichità, a fitti interscambi non solo commerciali, ma anche artistico-culturali tra diverse popolazioni: Falisci, Sabini, Capenati, Latini. La fisionomia della divinità venerata sul Soratte, a prescindere se si tratti del Dis Pater Soranus o di Apollo, che successivamente lo assorbe per similarità di attributi, sembra precisarsi come un dio risanatore e purificatore. Al suo culto dobbiamo forse ricollegare, per connessione etimologica, la carica sacrale disorex, restituita da una iscrizione mortuaria (CIE 8352 – 8353). Ma è probabile che i Falisci considerassero come divinità tutelare della loro città Giunone curite, il cui appellativo, sebbene di etimologia controversa, sembra doversi ascrivere all’attributo militare della lancia (Paul. Fest., ed. Lindsay, p. 13.1 e 5-6). Gli indizi sono molteplici: il poeta Ovidio appella gli abitanti della città “iunonicolasque Faliscos” (Fast. VI, 49); dal Liber Coloniarum sappiamo che probabilmente sull’area di Falerii Veteres fu dedotta una Colonia Iunonia assegnata dai triumviri; infine in una epigrafe del I sec. d.C. (CIL, XI, 3108) si menziona un pontifex sacrarius Iunonis Curitis, senza che però ne vengano specificate le funzioni cultuali. Forse il culto della dea e le sue presunte analogie con quello di Era Argiva contribuì a rinforzare la tradizione per cui Falerii era considerata una colonia di Argo.

Gli scavi archeologici effettuati dal 1886 nella Valle di Rio maggiore, in località Celle, cioè in un’area caratterizzata da presenze religiose millenarie che vanno dalla protostoria fino agli insediamenti eremitici e alle chiese rupestri d’età medievale, hanno portato alla luce le imponenti e massicce fondamenta di un edificio templare comunemente designato dai moderni come tempio di Iuno Curitis. La pianta risulta conforme al consueto tempio di tipo tuscanico, descritto da Vitruvio, con tre celle ed un ampio portico frontale, ornato con materiale fittile. La frequentazione del santuario perdurò anche dopo la distruzione e il forzato abbandono di Falerii Veteres: pare che alcuni templi furono risparmiati dalla furia devastatrice delle legioni romane e non furono sottoposti a saccheggio.

Ivi, se l’identificazione ha fondamento, si celebrava la solenne cerimonia annuale in onore della dea, di cui ci tramanda una descrizione minuziosa il poeta Ovidio durante un suo soggiorno nella “fruttifera terra falisca”, in compagnia della moglie che era appunto originaria del luogo (Amores, III, 13). Il poeta, che ricorda un’”ara per antiquas facta sine arte manus”, potè assistere ad un rito solenne e vetusto, ad una pompa professionale carica di sacralità e di partecipazione. A questo culto le popolazioni falische rimasero fedeli a lungo, se Tertulliano, nel suo fervore contro gli “errores” dei pagani, cita, elencando i riti locali che ancora persistevano al suo tempo in Italia, quello di Giunone Curite (Faliscorum in honorem patris Curi set accepit cognomen Iuno – Apologet. 7,9). Un rapporto devozionale con la divinità si può desumere dal rinvenimento di ex voto (anche poliviscerali) entro i recinti templari o nelle stipi, mentre un particolare culto per i morti trova conferma nelle estese necropoli che circondano il centro abitato, nei ricchi corredi funerari, nelle varie forme di sepoltura, a cominciare dall’uso dei tronchi di quercus cerris opportunamente scavati fino alle tombe a fossa e quelle monumentali a camera.

Cunicolo falisco per il drenaggio delle acque

Un terzo aspetto peculiare della civiltà falisca è quello linguistico: i testi pervenutici non risultano particolarmente doviziosi, non ammontano a duecento (si tratta di epigrafi funerarie, incise su pareti di tufo o dipinte su tegoloni, e di iscrizioni vascolari, per lo più brevi, talvolta lacunose e di non agevole integrazione), ma rappresentano un corpus sufficiente per garantirci la conoscenza del Falisco. La scrittura non ci è nota, come avviene per altre scritture antiche, da alfabetari, ma i segni, pur denunziando una derivazione etrusca, risultano nel loro insieme affini a quelli del latino. Essi non possono essere riferiti ad un modello omogeneo, cioè non sono riconducibili ad una forma base, in quanto le iscrizioni evidenziano varianti grafiche di rilievo. Può ritenersi distintivo per la sua particolare forma (freccia con asta verticale ed apice rivolto in alto) il segno della lettera F, che un recente rinvenimento a Foglia (RI), nella necropoli rupestre di S.O., ha documentato nel contermine territorio sabino sulla sponda sinistra del Tevere.
Per quanto concerne la collocazione del Falisco in un contesto culturale più ampio e complessivo, rimane tuttora valido il quadro generale ricostruito dalla Giacomelli nella sua fondamentale silloge, anche se sono stati meglio precisati, grazie a nuovi apporti epigrafici alcuni tratti ritenuti in passato distintivi del Falisco, come ad esempio quello morfologico – osio (Euotenosio – kaisiosio) per il genitivo singolare dei nomi con tema in – o -. E’ stata definitivamente abbandonata la tesi che attribuiva all’etrusco un’importanza sostanziale nello sviluppo di questa “lingua”: se appare innegabile la etruscità di alcuni elementi (soprattutto onomastici), questa trova consistenza per un gruppo di epigrafi di un determinato territorio e in una precisa epoca.

Caduta è anche l’altra tesi che collegava decisamente, secondo una classificazione rigida, il Falisco all’osco-umbro, sulla scorta di alcuni tratti fonetici (esiti in spiranti sorde contro le medie latine a continuare le medie aspirate indoeuropee: fal. afiles lat. aediles; fal. loferta lat. liberta), operando su ricostruzioni opinabili una generalizzazione.
Un riesame del problema porta a configurare il falisco come un dialetto dall’ossatura fonetica e morfologica del tipo latino, localizzato in terra di confine (linguistico). Quindi non un’entità a sé, senza relazioni, ma una “lingua” a contatto, aperta a contributi culturali diversi. Non essendo possibile presentare un repertorio esauriente, ci limiteremo alla citazione del testo più conosciuto: su una kylix a figure rosse, oggi conservata nel Museo Nazionale di Villa Giulia, è dipinta l’iscrizione

“Foied vino pafo cra carefo” Hodie vinum bibam, cras carebo ( = peribo?) a commento della figurazione erotica di due giovani (Bacco e Arianna?) che si baciano. Il senso immediato risulta perspicuo: invito alla libagione simposiaca, al bere durante il banchetto. Ma, sul piano metaforico, si sovrappone un secondo significato che fa assumere all’intera espressione un valore gnomico: così il sintagma “vino pafo” diventa esortazione a godere i piaceri della giovinezza, ad obliare la caducità dell’esistenza, una sorta di “carpe diem”, cioè un topos letterario che trova riscontri lungo l’intero versante della poesia classica.

D’altro canto l’uso frequente di polyptota, di alliterazioni, di versi saturni nelle epigrafi ci induce ad ipotizzare l’esistenza di vere e proprie forme letterarie, delle quali abbiamo soltanto notizie indirette: Dionigi di Alicarnasso (Dion. Hal. I, 21, 2) ci tramanda che durante la festa annuale di Giunone Curite un coro di fanciulle intonava in onore della dea “inni che avevano composto i loro antenati”. E i “fescennini versus”, oltre a testimoniare l’espressione dell’italum acetum, con scambio di battute sbrigliate, cariche di allusioni oscene, non costituirono, in unione con la danza e il canto, una forma drammatica delle “Origini”? E nel tempo essi assursero a dignità formale, se il poeta Anniano, fiorito sotto l’imperatore Adriano, scrisse fescennini nuziali e Claudiano, per celebrare le nozze di Onorio e Maria, compose, oltre ad un epitalamio, quattro fescennini.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *