Vista della torre del Castellaccio

La storia del Castellaccio nella storiografia locale fino all’insediamento dei Sassoni (II parte).

Il viaggio sulle ali del tempo prosegue, con una rapida carrellata storica grazie alla mappatura archeologica del sito di Terrano contenuta nella carta archeologica d’Italia. Giungeremo fino ad un accenno di come questo sito fu utilizzato nell’Alto Medioevo. L’insediamento dei conti sassoni presso Civita Castellana rese il Castellaccio protagonista degli episodi riconducibili al primo tentativo d’Unità d’Italia a guida germanica.

Il monticello tufaceo di località Terrano si erge nella zona denominata La Vigna Rosa che fu di proprietà del Conte Ugo Feroldi De la Rosa, da cui la famiglia Barduani acquistò la proprietà su cui si trova il Castellaccio con il complesso di tombe arcaiche. Queste sono state classificate accuratamente mappate nella “Carta archeologica d’Italia” redatta da Cozza e Pasqui, e ricoprono un periodo che va dal VI al III secolo avanti Cristo. Tutte incavate nel tufo e ad una cella, talvolta con anticamera, si sono perfettamente conservate; vuoi per la posizione favorevole rialzata e lontano dal centro abitato, vuoi per lo zelo lodevole del Conte Feroldi prima e della famiglia Barduani  a seguire.

Queste tombe, all’atto della loro scoperta, erano già state depredate da alcuni “tomabroli” locali, ma questi ebbero cura di non deturparle, limitandosi a portar via qualche oro o vaso. Le camere funerarie erano state pensate per ospitare non più di un paio di cadaveri, visto il numero di letti funerari presenti all’interno di esse. La tipologia di questi giacigli funerari, come descritto nell’appendice descrittiva della “Carta archeologica d’Italia”, presentavano la caratteristica fattura a kliné: accuratamente scolpiti in pietra con i piedi sagomati e la spalliera in rilievo sopra un parallelepipedo di tufo.

Tomba a camera dei Falisci con loculi sepolcrali

A differenza delle tombe rinvenute in zona Valsiarosa e Penna, non sembra vi siano stati dei successivi ingrandimenti o modifiche in larghezza e profondità. I reperti trovati nelle tombe di Vigna Rosa furono alcuni vasi decorati con pitture corinzie e fittili tipicamente arcaici con figure nere sul fondo naturale lasciato a creta.

La presenza contemporaneamente, come documentato dalla “Carta archeologica d’Italia”, di vasi attici e prodotti campani del IV secolo, testimonia una vivida attività commerciale tra i popoli del mediterraneo, compresi i Greci.

Vengono menzionati anche numerosi oggetti di manifattura locale simili alla ricorrente lavorazione di tutta l’Etruria, come il Kentharos dionisiaco. Questo era una tazza a tronco di cono e ad alto corpo con piede rotondo, cui si accompagnava spesso una oinochoe, un vaso a corpo ovoidale ed orlo rotondo. La relazione che corre tra queste manifatture locali e di importazione è accuratamente riportata in un catalogo redatto nella “Carta archeologica d’Italia” cui rimandiamo.

Francesco Tarquini nel suo lavoro monografico dal titolo “Notizie Istoriche e territoriali di Civita Castellana”, parla del Castellaccio come di una zona sopraelevata, in località Terrano,  tagliata dai due fiumi  Rio Maggiore e Rio Purgatorio. Definisce

il Castellaccio come un contro-forte della città falisca, in posizione strategica e difeso da un alto e grosso muraglione Ciclope, teso a rendere ancor più inaccessibile il sito. Chiaramente è evidente che le rovine del Castellaccio siano risalenti a costruzioni di epoche successive ai Falisci, a cavallo tra Alto e Basso Medioevo.

Quel termine usato dal Tarquini, muraglione Ciclope, dovrebbe riferirsi alla tecnica di costruzione tipica dei popoli Italici a partire dal tardo neolitico. Questi erano devoti al culto della dea Madre, esperti nella navigazione e rientranti nel ceppo dei Pelasgi. Erano soliti ammassare grosse pietre con una tecnica di sollevamento e trasporto a noi ancora del tutto sconosciuta, successivamente tramandata a Etruschi, Falisci e Romani. Nelle epoche successive ai primi Italici, leggendariamente passati alla storia come i Ciclopi, questi enormi massi vennero diversamente lavorati e utilizzati.

Inizialmente i primi Pelasgi, o Italici che dir si voglia, costruirono mura difensive con enormi massi rozzamente ammassati e fu questa, come riporta il Tarquini, la prima maniera maniera di costruire. Nelle epoche successive, fino ai Romani imitatori del bello, si giungerà alla quarta maniera ciclopea. Le mura difensive del Castellaccio sono a cavallo tra la terza e la quarta maniera, essendo di fattura falisca e romana: sassi accuratamente disposti, con superfici levigate e vistosamente più piccoli rispetto a quelli più arcaici della prima maniera. Le mura di Santa Maria di Falleri, ad esempio, vennero disposte ad uso ciclopeo, ma alla maniera romana, quella della quarta era.

Quanto alle porzioni di costruzione del Castellaccio, decisamente ben tenute e conservate, risalenti al primo Medioevo, si potrebbe ipotizzare che esse fossero state volute dai Sassoni. Questo antico popolo germanico transitò attorno al 900 1000 dopo Cristo nelle zone di Civita Castellana, più che altro a causa delle sventure di un papato che vide, in circa 65 anni, susseguirsi oltre venti pontefici; tutti deceduti in morti violente. Quando venne riunificato potere temporale e spirituale, nel 955 ad opera di Ottaviano, divenuto Papa nella persona di Giovanni  XII, era necessario un intervento esterno per ricostituire l’ordine.

Spinto da questa esigenza Ottaviano richiese l’intervento dei Germani, in particolare di Ottone I di Sassonia che nel 961 si fece incoronare a Castel Sant’Angelo come  imperatore del Sacro Romano Impero Germanico per riportare così  l’ordine nello Stato della Chiesa. Mediante un patto d’alleanza passato alla storia sotto il nome di “Privilegium Othonis”, Ottone I vincolò il papato a far passare ogni futura elezione pontificia sotto il vaglio dell’imperatore.

Di lì iniziò il tentativo di unificazione d’Italia perpetrato dai sassoni, intenti a combattere il frazionamento del territorio italiano nei numerosi feudi. Si può dire che se il primo impianto del Castellaccio di Terrano vanta epoca e fattura sassone, esso si innesta in quello che si può ben definire il primo concreto tentativo d’Unità d’Italia.

La dinastia ottoniana di Sassonia intendeva unificare infatti Nord e Sud d’Italia e, nel farlo, inviò presso Civita Castellana, come in altri luoghi della penisola italiana, un funzionario sassone a presidiare il riordino delle circoscrizioni in quella zona.

Come fa notare nel suo studio encomiabile Ciarrocchi Augusto,  la famiglia comitale sassone, che reggeva Civita Castellana tra 900 e 1000, potrebbe essere quella di Saxo di Civita Castellana, capostipite della casata di conti civitonici che fino ad Ottone III (980-1002) reggeranno il controllo politico amministrativo della zona.

Come sapientemente fa notare il Ciarrocchi, l’insediamento a Civita Castellana di un funzionario sassone rientrava nella politica ottoniana di rivitalizzazione e riordino delle circoscrizioni pubbliche. Nella politica ottoniana si usava disporre anche di zone che non rientravano sotto la giurisdizione dell’Impero Germanico, come ad esempio le misure di riordino che vennero prese presso Ferrara. Questo aveva il significato simbolico di mostrare la forza e l’onnipotenza dell’Impero. Il processo di riordinamento pubblico della politica ottoniana seguiva l’impianto logico del comitatus, che nel latino medievale indicava il ruolo di governo di una circoscrizione territoriale sotto l’egida di un comes. All’epoca di Costantino i comes erano alti funzionari, compagni di viaggio che assistevano i magistrati romani nelle loro funzioni. Questo impianto del comitatus si mantenne nel medioevo con le dovute modifiche ed il comes arrivò ad identificare la persona del conte.

mura difensive falische del Castellaccio

Riferimenti bilbiografici:

  • Ciarrocchi Augusto, Civita Castellana nel medioevo, istituzioni, città e territorio nei secoli XII-XIII
  • Francesco Tarquini, Notizie Istoriche e territoriali di Civita Castellana
  • Cozza Adolfo, Carta archeologica d’Italia, con la mappatura dei siti archeologici e la catalogazione dei rinvenimenti
  • Massimo Montanari, Storia medievale
  • Enciclopedia Treccani, ruolo, significato ed evoluzione del comitatus da Costantino al Medioevo, http://www.treccani.it/enciclopedia/comes/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *