il Castellaccio dei Falisci torre

La storia del Castellaccio di Terrano nel periodo arcaico, seguendo il viaggio dei Pelasgi (I parte)

Quando l’uomo ha gettato le basi per la civilizzazione, la storia ha impresso le sue gesta nella memoria delle genti future, rendendolo immortale nei secoli e perpetuo nel divenire. Il merito per la tutela, conservazione e valorizzazione di uno dei migliori siti archeologici della zona del Falisco, va riconosciuto alla famiglia Barduani. Questa da anni ha omaggiato con appassionata dedizione, e lirica devozione, una delle più significative testimonianze che la storia ci ha consegnato e che noi proveremo a raccontarvi in queste poche righe.

Un perenne scorrere di eventi è la storia e, come ci si rende conto, l’evento è di per sé quell’accadimento umano che si fa ingranaggio della macchina del tempo; perché non vi è tempo senza agente, come non vi è storia senza uomo. Il tempo è dunque una convenzione, il suo scorrere una misura umana e, non ce ne voglia a male la scienza esso, è una categoria concettuale strettamente connessa all’individuo e all’umano agire.

La storia è testimonianza del movimento di questo ingranaggio perentorio che l’uomo ha da sempre attivato con il suo genio, sviluppando le arti e le tecniche costruttive. Se ci soffermiamo ad osservare il grande lascito di una civiltà non possiamo non notare l’eredità di quella che l’ha preceduta. Di quanto appena detto se ne può fare esperienza passeggiando nei pressi di quel lembo di terra, sito nella parte alta di Civita Castellana, e noto con il nome di “Castellaccio” di Terrano. Un’altura tra i due  fiumi Rio Maggiore e Rio Purgatorio sita, per l’appunto, in località Terrano. Un vero e proprio sperone di tufo che presenta tracce del passaggio dell’antico popolo dei Falisci, fino alla più recente epoca medievale.

Potremmo semplificare l’antica storia dei Falisci dicendo che essi furono “cugini” degli Etruschi, o che meglio si trattò di un popolo il quale, a partire dal nono secolo avanti Cristo, abitò le zone dell’Etruria Meridionale. Si stanziarono nella parte tra il Tevere ed i Monti Cimini, in quell’area dove oggi sorgono Civita Castellana, Nepi, Sutri, Corchiano, Vignanello, Vallerano.  Sostanzialmente si tende a ricondurre i Falisci al periodo strettamente riguardante il quarto-terzo secolo avanti Cristo, ma solo perché la loro storia più recente è ritenuta di maggior rilevanza in quanto legata alle vicende dell’Impero Romano. I Falisci, il cui presidio era pressappoco corrispondente all’attuale Civita Castellana, e prendeva il nome di Faleri Veteres, furono assoggettati dall’Impero Romano attorno al 393 avanti Cristo, sconfitti dal condottiero e dittatore Marco Furio Camillo. Si ribellarono successivamente a Roma, assieme agli Etruschi, nel 293. Marco Furio Camillo, come osserva e spiega lo storico romano Tito Livio, nel suo monumentale “Ab Urbe condita”, diede battaglia a Volsci, Equi, Etruschi, Falisci e Latini.

Marco Furio Camillo passerà alla storia ancor prima di passare a miglior vita, venendo da subito riconosciuto ed apostrofato come il “Secondo fondatore di Roma”. Con la distruzione di Veio, nel 396, Marco Furio Camillo si consacrò alla storia di Roma come colui che aveva sancito il definitivo, almeno a livello simbolico, assorbimento della cultura pelasgica nella tradizione romana.

La distruzione di Veio non significherà la fine dei popoli dei mari e degli Etruschi stessi, essi continueranno ad essere presenti nella vita dei Romani fino ad Alarico, come una realtà a volte asservita, altre maggiormente integrata. Dopo un susseguirsi di ribellioni e sconfitte, i Falisci saranno definitivamente rasi al suolo nel 241 avanti Cristo, al termine della Prima guerra Punica, per essere confinati in quella che sarà per loro una sorta di riserva, Faleri Novi; situata più verso l’attuale Fabbrica di Roma che non Civita Castellana.

Interno di tomba a camera dei Falisci

 Questa scelta fu tale da evitare che i Falisci superstiti potessero di lì innanzi abitare alture ben difendibili. L’assorbimento e l’integrazione dei popoli sottomessi, va letta secondo quella che era l’ottica di conquista strategica romana. Tutti i patrizi, generali, dittatori, consoli, o imperatori Romani furono consapevoli che l’enorme Impero che andavano costruendo si reggeva solo ed unicamente sulla legittimità del prestigio di Roma come grande potenza universale ed imbattibile. Altresì va notato che l’enormità delle conquiste romane richiedeva forze e risorse e che i popoli sottomessi avevano spesso occasione di ribellarsi, essendo in numero grandemente maggiore. L’integrazione e la romanizzazione dei sottomessi costituiva per Roma un differenziale in termini di vantaggio competitivo. Chi non si sottometteva a Roma veniva annientato, dando l’esempio della potenza dell’Urbe. Accanto a questi sventurati, tuttavia, coloro che si sottomettevano divenivano nuove forze lavoro, nuovi soldati mercenari, nuovi adepti cui fare affidamento ed una minaccia in meno da dover fronteggiare in momenti di debolezza. Su questa logica altri popoli fonderanno la loro supremazia imperiale nei millenni successivi, non da ultimo il Commonwealth britannico. Il popolo dei Falisci risulta interessante per la sua tradizione ben più antica rispetto alla storia romana.

Essi discendono dall’età del Ferro (circa nono secolo avanti Cristo) e sono grossomodo contemporanei alla cultura Villanoviana, che abitava le zone dell’Etruria tirrenica. Non a caso dalla parte del mare avremo gli Etruschi, mentre dalla parte dei Cimini i Falisci. Per quanto si tratti di culture categoricamente distinte, Etruschi e Falisci vanno in ogni modo ricondotti alle Civiltà Pelasgiche che si sono divise il Mediterraneo a partire dal tardo Neolitico fino alla prima Età Arcaica.

Lo stesso dialetto falisco è prettamente una lingua Latina, influenzata dall’Etrusco e, come già approfondito da uno degli interventi del Professor Tamburini, “l’Etrusco può ben dirsi Greco trapiantato in Italia”.  Ancora una volta emerge dunque il legame che tutte queste civiltà dei mari ebbero, nel tessere le trame di quelle rotte, votate al commercio e all’esplorazione, nel fondare le basi per le grandi civiltà del Mediterraneo fino a Roma.

La zona dove sorge il “Castellaccio” presenta una notevole presenza di tombe a camera che formano la necropoli di Terrano e testimoniano il vivo sfruttamento della zona, per scopi funerari, a partire dal Quinto secolo avanti Cristo. Precedentemente le sepolture si concentravano più verso il centro abitato dell’odierna Civita Castellana e solo in un secondo momento la città dei morti si è spostata verso l’attuale Terrano, permettendone una genuina conservazione. L’impianto delle tombe  a camera è tipicamente falisco: una struttura ipogea, con un dromos scavato nel tufo, che costituiva l’ingresso ed una pianta quadrangolare che costituiva la camera. La porta era rappresentata da una grossa pietra e al centro della camera sorgeva un pilastro in pietra ancora visibile che conferisce alle camere una forma a ferro di cavallo. All’interno vi sono i loculi per le deposizioni in pietra.

Nell’età del Bronzo, e la prima età del Ferro, le parti più alte della zona dell’attuale Civita Castellana erano il fulcro dell’abitato. La civiltà si innesta dunque sull’altura del Vignale e sulla collina di Montarano, per poi scendere verso Faleri Veteres, La zona di Terrano, grazie alla sua altezza, ha permesso la conservazione dei siti funerari cui venne adibita, evitando che le numerose guerre che coinvolsero i Falisci distruggessero il sito archeologico ancora ravvisabile.

La collocazione del complesso funerario sul promontorio tufaceo di Località Terrano, ha permesso allo stesso di preservarsi dagli sconvolgimenti futuri dell’urbanistica e soprattutto dalla distruzione di Faleri Veteres. Da notare anche la particolarità di questa città dei morti falisca, dal momento che solitamente le tombe degli Etruschi, cui siamo abituati, erano costruite più in basso rispetto alla città dei vivi, piuttosto che in cima a dei promontori e proprio questa differenza ha permesso la conservazione del complesso di Terrano. Altro aspetto da sottolineare è il ritrovamento, sopra i loculi funerari, di epigrafi riportanti i nomi dei defunti. Questo ci da importanti informazioni sulla nomenclatura falisca, rientrando come corredo epigrafico inserito nel Corpus Inscriptionum Etruscarum, che ne sta permettendo la memoria dal momento che è assai ardua la conservazione di queste iscrizioni parietali.

 

Riferimenti bilbiografici:

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