Etruschi, Romani, antichi Greci uniti nelle loro origini dalle maschere del Carnevale

Etruschi, Romani ed antichi Greci uniti nella festa di quello che diverrà il Carnevale, aspetto simbolico di una festività legata al culto cristiano. Oggi resta l’aspetto ludico e pagano, ma un tempo era un omaggio alla divinità ed un rito propiziatorio per i raccolti.

Il Carnevale è una festa celebrata nel Paesi cattolici e viene collocato nel periodo che precede la Quaresima: l’inizio generalmente cade a due settimane dal Mercoledì delle Ceneri (il mercoledì precedente la prima domenica di Quaresima), mentre si chiude il martedì Grasso, il giorno prima del Mercoledì delle Ceneri, data di inizio della Quaresima, il periodo di 40 giorni che precede la Pasqua, la principale solennità del cristianesimo, legata alla rinascita per celebrare la resurrezione del Cristo.

Carnevale letteralmente significa “carnem levare” con riferimento al periodo della Quaresima, dove i credenti dovevano sottoporsi a un periodo di digiuno e purificazione, paragonabile al ramadan dell’Islam, per prepararsi alla Pasqua.

Il senso di questo periodo dell’anno affonda le sue radici nei riti pagani: si trattava di un periodo di purificazione in onore del dio Februus presso gli Etruschi e della dea Frebrua presso i Latini. In questo ponte tra l’inverno e la primavera si commemoravano i defunti. Nell’Antica Roma in questa fase dell’anno si celebravano riti di fertilità per rendere onore alla terra che, dopo il rigore invernale, tornava a donare sostentamento a uomini e animali con la sua ritrovata fertilità. Le Saturnalia romane, a loro volta affini alle Cronie elleniche, e Dionisie greche possono essere accostate con l’attuale Carnevale.

Saturno, in un secondo momento identificato con il greco Crono e quindi come padre di Giove, il dio dell’abbondanza che insegnò agli uomini l’agricoltura e le Saturnalia sono una rievocazione dell’ ”Età dell’Oro”, quando secondo il mito gli uomini vivevano accanto agli dei nell’abbondanza senza conoscere carestia e malattie. Durante i giorni di festa si organizzavano canti e balli e l’ordine sociale, con le relative gerarchie costituite, veniva scherzosamente capovolto: accadeva per esempio che gli schiavi diventassero padroni per un giorno e viceversa. Essi potevano eleggere anche un loro Princeps, il quale doveva indossare una maschera dai colori sgargianti che rappresentava Saturno stesso o Plutone, dio degli Inferi. Questi, avrebbe dovuto custodire le anime dei morti e presiedere alla buona riuscita dei raccolti. Si credeva che in quel periodo queste divinità stanziassero sulla terra e tali riti erano finalizzati per dar loro gli onori spettanti così farle tornare soddisfatte nell’Oltretomba, con l’auspicio che propiziasse un ricco raccolto durante la bella stagione. Finiti i festeggiamenti la parentesi di sovvertimento dell’ordine sociale si chiudeva e tutto tornava come prima.

Con il passaggio dal Paganesimo al Cristianesimo molte festività cambiarono nome vennero impossessate dal nuovo sistema religioso ma mantennero un nucleo di continuità con l’Antichità e i Saturnali divennero la Festa dei Pazzi, in cui per gioco veniva eletto un Papa che a cavallo veniva portato per le vie cittadine. Capitava che gli uomini indossassero abiti da donna e che i ricchi mettessero da parte le proprie vesti pregiate e si conciassero da poveri. I banchetti e le danze erano incentrate ancora sulla fertilità della terra, come il “saltarello”, ballo che imitava con i suoi movimenti sinuosi il crescere delle spighe di grano nei campi.

Nel Rinascimento si diffonde l’usanza di allestire dei carri allegorici, con cui si dava sfoggio allo sfarzo e alla grandezza dei Signori, chiamati “Trionfi”, prendendo spunto dalle celebrazioni con carri che nell’Antica Roma venivano riservati ai generali che avevano conseguito una prestigiosa vittoria militare all’estero: si trattava di un corteo cittadino con le truppe militari alla cui testa stava il Triumphator.

Questa usanza venne ripresa in chiave giocosa con dei carri addobbati a tema, soprai quali le persone in maschera intonavano dei canti composti per l’occasione, detti appunto carnascialeschi

Nel XVII secolo fanno il loro ingresso in scena i personaggi della Commedia dell’Arte, il genere teatrale caratterizzato da improvvisazione e “tipi fissi”: maschere di personaggi che avevano delle caratteristiche riconoscibili a livello esteriore e caratteriale, spesso connotati da una specifica provenienza geografica. Tuttora celebri sono il furbo bergamasco (o veneziano) Arlecchino, l’opportunista e sfrontato napoletano Pulcinella, il pedante e saccente bolognese Balanzone, il burbero e avaro mercante veneziano Pantalone con la sua furba e vivace servetta Colombina, controparte femminile del suo amato Arlecchino, a volte nota proprio come Arlecchina, lo spaccone soldato di ventura ligure Capitan Fracassa, il bonario e distratto piemontese Gianduja, l’impertinente ma generoso Meo Patacca, romano di Trastevere, e il pavido ma furbo fiorentino Stenterello.

Oggi il Carnevale ha perso il suo carattere sacro e rituale, mantenendo gli aspetti esteriori della festa con carri, maschere, coriandoli e stelle filanti e il suo carattere di giocosa spensieratezza.