Arlecchino etrusco: Il sanguinario Phersu, un antesignano etrusco della maschera di Arlecchino

Phersu Tomba degli Auguri, Tarquinia

Arlecchino, il furbo bergamasco che indossa un abito a rombi colorati che è diventato simbolo del carnevale, è la maschera, di provenienza più celebre della Commedia dell’Arte e occupa un posto importante nel quadro della cultura italiana per esteso, da notare il posto nella letteratura italiana che ha occupato con opere come “Il servitore dei due padroni” , scritta dal grande Carlo Goldoni nel 1745, che lo vide protagonista.

Pare che questo personaggio così importante affondi le sue originiin epoche insospettabilmente lontane, dato che le radici più lontane andrebbero ascritte agli Etruschila prima vera civiltà italiana.

La ricerca porta a Tarquinia, metropoli etrusca per antonomasia, nelle cui tombe ricorre una figura che si staglia per il suo aspetto riconoscibile: indossa un cappello a cono munito di copriguancia, una ruvida pelle di animale che a volte diventa una giacca corta a quadri colorati (qui sembrerebbe palese il filo rosso che lo lega al celebre personaggio) e sul viso porta una maschera barbuta. L’azione viene mostrata in particolare nella Tomba degli Auguri, dove le iscrizioni  identificano il personaggio con un generico “phersu”, termine etrusco che significa “maschera” e da cui viene il termine latino prima e italiano poi per “persona”. La scena appare come un violento e sadico gioco in cui un uomo nudo la cui vista è impossibilitata da un sacco di pelle in testa affronta un cane di grossa taglia aizzato contro di lui. Particolarmente sadico appare il ruolo del phersu: allo stesso tempo pungola l’animale e si adopera ad ostacolare mediante una lunga corda i movimenti dell’uomo, situazione che non darebbe via d’uscita al malcapitato.

Secondo alcuni l’attività ritratta riguarderebbe una pratica da cui sarebbero derivati i giochi gladiatori, ma sembra più plausibilmente una forma della “Damnatio ad bestias” usata nell’Antica Roma: nella pratica i condannati, spesso gli schiavi che si erano rivoltati contro i propri padroni, venivano fatti sbranare vivi dalle fiere, offrendo un macabro spettacolo nelle pubbliche arene. Viene in mente l’analogia con l’immagine dell’urna dell’Olmo Bello di Bisenzio, in cui un prigioniero legato pare destinato ad essere sbranato da un orso tenuto per la catena.

La collocazione funeraria può permettere di collegare la scena alla pratica dei sacrifici umanipraticata nella fase più arcaica dell’arco temporale della civiltà etrusca, accompagnata dal concetto del versamento di sangue come valore vivificante per i defunti che si direbbe tramandato nella civiltà romana fino in epoca repubblicana.

L’usanza sembra scomparire dopo il 500 a.C., dove si fanno largo influenze culturali di origine greca nei rituali funerari e nei momenti ludici, infatti questo è lo spartiacque dove si comincia anche a raffigurare la pratica di sport di tradizione olimpica. Il phersu tuttavia non scompare ma muta, facendosi largo tra le attività festive: restando a Tarquinia la Tomba del Gallo, datata attorno al 400 a.C., fa sfoggio di un affresco dove questi danza con una flautista e una danzatrice. Ma non mancano esempi da altre parti: in un bronzetto in Britannia nel sito dell’attuale Londra (si ricordano i forti legami commerciali tra gli Etruschi e il Nord Europa) esso appare in funzione di acrobata mentre, tornando in Etruria, a Chiusi vengono raffigurati tre soggetti in compresenza che possono essere ascritti con il personaggio, a testimoniare che esso ha continuato a crescere ed evolversi nel tempo.

Tracce di questo personaggio possono individuarsi nel genere teatrale farsesco dell’Atellana, originariamente appartenuto ai popoli italici preromani poi sviluppato dalla civiltà latina, in particolare si ricorda la commedia di Pomponio “I Pannuceti”, cioè gli straccioni dove l’abito dei protagonista rimandava proprio a questo arcaico antesignano di Arlecchino.

L’Atellana può essere vista come il raccordo tra le arcaiche forme teatrali degli Etruschi e le prime forme del articolate del teatro classico latino, con personaggi come il minus albus, vestito di bianco come Pulcinella e il minus centunculus, che indossa abiti rattoppati e al quale spesso sono destinate le legnate, ricordando da vicino proprio Arlecchino.

La  natura polivalente del phersu contiene un minimo comune multiplo

che va oltre le singole situazioni in cui è stata registrata la sua presenza, la sua figura

potrebbe essere letta come quella di un genio o re della festa, 

presente in molte feste dell’Italia antica 

e sopravvissuta  nel folklore locale.

 Si pensi, ad esempio, al personaggio di Su Componidori della festa della Sartiglia, evento tuttora presente dove alcuni cavalieri partecipano a una corsa alla stella per le strade cittadine in un percorso dalla periferia verso il centro,  a Oristano in Sardegna.

Non si può quindi ricondurre esclusivamente questo personaggio al sadico osservato inizialmente nelle tombe etrusche, ma è possibile interpretare la sua figura come quella di un antesignano etrusco di una maschera tuttora viva nell’immaginario collettivo. Si potrebbe definire un personaggio che danza sul filo del rasoio tra allegria e tragedia, proprio le feste sono speso un modo per esorcizzare con il sorriso le paure più ancestrali dell’uomo. Il  percorso del phersu è partito dalle rappresentazioni etrusche, ha attraversato le stagioni del teatro latino, è sopravvissuto grazie alla dimensione delle feste popolari e grazie alla Commedia dell’Arte ha conosciuto nuova linfa vitale sfociando nella sua maschera più celebre, patrimonio popolare del folklore italiano ed di conseguenza europeo: Arlecchino.